ARTICOLI IN ARCHIVIO Borgo Sant'Andrea
Il disegno de L'acquedotto fuori di città si deve alla matita e all'acuta osservazione di Severino Bonora (1801-1866) ed è tratta da uno degli album redatti dal bolognese, il n.18, Disegni di Bologna e Rimini, 1837, in occasione di uno dei numerosi viaggi che intraprese tra il 1825 e il 1862, lasciando un ritratto spesso inedito di scorci monumentali delle città visitate in Italia e in Europa.
Se ne contano quattro di sfioratoj, come si evince dalla pianta di Serafino Calindri (1762-1778) per la Parrocchia di S Andrea del Gatto (mappa 42). Agli occhi dei viandanti e dei viaggiatori che entravano in città dal ‘forese' la strada doveva apparire spettacolarmente suggestiva.
La vocazione del Borgo Sant’Andrea è sempre stata quella di crocevia dei commerci tra la campagna e la città, in particolare dei prodotti agricoli. Tanto che i commercianti di piazza Giulio Cesare, sentendosi danneggiati da questi “abusivi”, si appellarono al sindaco che l’11 novembre 1890 emanò un divieto per la vendita di pollame, uova, formaggi e di altri generi sulla pubblica strada di San Gaudenzo.
La separazione tra contado e borghi da una parte, centro cittadino dall’altra, era segnata dalle mura malatestiane le quali, persa la loro funzione difensiva, per molti secoli mantennero quella di confine fiscale. I caselli dei dazi furono aboliti solo nel 1973. Fino ad allora chiunque volesse entrare in città per vendere le proprie merci doveva pagare il dazio alla gabella, secondo tariffari rigidamente fissati.
La gabella era una voce molto importante fra le entrate comunali, quanto un’imposizione odiatissima che in tutti i modi si cercava di evitare. E detestati in sommo grado erano i gabellieri, da noi spesso di origine marchigiana, da cui il detto “meglio un morto in casa che un marchigiano sulla porta”. Addirittura, per le ragazze in età da marito il fidanzamento con un daziere era considerato un’infamia, anche e soprattutto presso le classi più umili, che erano le più angariate da tasse che colpivano i consumi primari.
«Bisognerebbe parlarne, di Giuseppe Valli - ci pungola Guido Lucchini – poeta nato nel 1894 e vissuto a San Donato, vicino a Sant’Agata Feltria, senza quasi mai allontanarsi da casa. Si vestiva come un “legionario”, sempre con un berretto bianco di cotone, per paura delle correnti d’aria, e un ombrello parasole: era un po’ ipocondriaco. Ma era un poeta vero, nel suo dialetto un po’ spurio, di cui quasi si vergognava. In vita ha pubblicato pochissimo, e quando è morto hanno trovato centinaia di versi, che aveva scritto per la donna di cui era innamorato, e che forse non l’ha mai saputo. Non ci sono molte cose su di lui, a parte un bel libro di Giancarlo Dall’Ara. E’ lui che mi ha fatto leggere le sue poesie.»
Forse i vecchi riminesi lo ricordano ancora, ma certo i più ci passano e magari ci parcheggiano l’auto sopra senza avere la minima idea della sua esistenza. E’ la galleria che da piazza Cavour si allunga verso piazza Malatesta e la circonvallazione a tre metri di profondità: l’antico Praticabile costruito attorno al 1840 in coincidenza con lavori di ristrutturazione delle vecchie condutture dell’acqua che dalla sorgente di via Condotti (l’attuale via Dario Campana) giungevano alle mura urbane (a ridosso delle quali doveva esistere una ‘piscina’ ossia un serbatoio), per proseguire, attraverso via Poletti, con derivazioni in fistole di piombo, alla fontana “della pigna”, all’abbeveratoio e alle fontanine della pescheria.
Insomma una galleria sotterranea, dalla tipica architettura ipogea, in laterizi e volta a botte, alta un metro e ottanta, ancora agibile per almeno una sessantina di metri. Ma il Praticabile ha anche alimentato dicerie e racconti sinistri. Come quello di un suo collegamento con la miriade di grotte tufacee di Covignano, con un’entrata segreta proprio dalla base della Fontana.
Difficilmente chi vuol raccontare la storia della nostra città, sia semplice cronista o storico, può prescindere dagli scritti e dalle ricerche di Luigi Tonini. I suoi studi coprono l’intera storia di Rimini dall’epoca romana fino al 1874 anno della sua morte. Uno studioso insigne, un appassionato archeologo di cui si apprezza e si usa a piene mani l’opera, in primo luogo i sei volumi della sua “Storia civile e sacra di Rimini”. Uno storico la cui fama travalica i confini cittadini. Di lui si parla solo attraverso i suoi lavori, ma poco “è stato scritto della sua vita, di riminese, di cristiano, di patriota”. Romano Ricciotti con il suo libro “Luigi Tonini riminese”, edizioni Panozzo, collana “Quaderni di Ariminum” ci parla dell’uomo, anche se lo studio e la ricerca sono una costante imprescindibile nella sua vita. Percorrendo questo cammino troviamo come sfondo la Rimini dell’Ottocento assai diversa dall’attuale: “...era una città povera e scarsamente popolata (poco più di 15000 anime)... Torme di ragazzi percorrevano le strade sterrate e fangose dedicandosi al furto...”.
Borgo Sant'Andrea nel 1871era il più popoloso della città con 1904 abitanti. Ma ormai era detto Borgo Mazzini. E tutt'ora la sua via principale è dedicata d Aurelio Saffi. Come mai?
Perchè quello fu il borgo dei repubblicani e dei garibaldini, quando San Bartolo (San Giovanni) era dei clericali. E già fin dal 1821 si verificarono scontri fra i due quartieri, dalle ragazzate alla vera guerriglia urbana.
Dopo l'unità, a Rimini il foglio dei repubblicani era "Il Nettuno" di Domenico Francolini, (amico anche di Giovanni Pascoli) che passava fra l'altro per "l'uomo più bello di della città". Il giornale predicava la concordia fra le fazioni progressiste per conquistare il municipio. Il cemento dell'alleanza era l'anticlericalismo, con la Chiesa additata a simbolo dell'oscurantismo e della reazione, ma anche della miseria. I repubblicani auspicavano la trasformazione "industriale", che però, nonostante la caduta del suo presunto nemico clericale, ancora non si vedeva.
Anzi già nell'estate del 1874 erano scoppiati in Romagna tumulti "della miseria" e "della fame". Ma la Consociazione repubblicana romagnola produsse un documento prudente. I repubblicani volevano la rottura dell'ordine esistente - "il nostro Dio non è quello dei preti, il nostro popolo non è quello del re" - ma non la lotta di classe, bensì equilibrio e armonia tra le componenti della società.
Arnaldo Pedrazzi è un riminese DOC, che ha lungamente esercitato la professione di dentista, innamorato dell'arte e della storia. Nei suoi libri ha raccontato le antiche costruzioni pubbliche e private di Rimini scomparse nel polverone della storia recente, ormai affidate, come le generazioni che le abitarono, alle fonti storiche e alla memoria di pochi. Pedrazzi, partendo da un indizio - una foto, una cartina, una citazione - come un investigatore umanista ricostruisce gli strati del tempo, senza dimenticare che sunt lacrimae rerum.
«Il mio primo libro, "La Rimini che non c'è più" (2003), censiva le chiese perdute e alcuni palazzi gentilizi distrutti dalla guerra, poi sono passato ne "La Rimini che c'è ancora" (2007) a raccontare i molti palazzi rimasti dopo la guerra. Cercando e fotografando ne ho scoperti 52, con una loro storia alle spalle, di famiglie gentilizie ormai scomparse. "La Rimini che non c'è più-Le dimore gentilizie" (2008) completa il "censimento" ideale delle abitazioni demolite, molte dalla speculazione del dopoguerra. Ho voluto colmare qualche lacuna, ed è pronto il mio quarto libro, "Dalla città che non c'è più alla città che c'è ancora - Rimini e dintorni", che esplora anche il "forese" e chiude idealmente la mia ricerca della città perduta. Dovrebbe uscire nel 2010, con un ricco corredo iconografico, e molte mie foto a colori. Tutti i miei libri sono editi da Panozzo.»
L'Istituto di San Giuseppe, che si trovava in via Bonsi 11, angolo via Isotta, fu demolito nel 1959 dopo varie vicissitudini. Sorto ai primi del ‘900 per volontà della pia riminese Giovanna Grilli, come scrive il Tonini nelle "Guide storiche e artistiche di Rimini", era stato sovvenzionato nel suo testamento come istituto per l'istruzione e «l'educazione cristiana delle giovanette». Ma chi era Giovanna Grilli? Una devotissima donna del popolo, che faceva dir messa ogni mattina nella cappellina dedicata a San Giuseppe, accanto al letto in cui giaceva paralizzata. Morì nel 1866, dopo un calvario durato 48 anni di «dolorosissima infermità», che l'aveva consegnata alla devozione popolare per la sua santa rassegnazione. Si vociferava che intorno a lei aleggiassero divini profumi e «spesso veniva visitata dai forestieri, frà quali anche qualche gran personaggio». Una santona da consultare, che però a volte, come ci informa Otello Pasolini ne "La contrada dei Magnani", «infastidita anziché superba di tanta fede... respingeva sgarbatamente gli interroganti. "Vò ca savi tòt, gim..." con un secco "Mè à so tòt e caz..."». Una foto dell'epoca la ritrae imperiosa, lo sguardo perso in una mistica visione nel volto paffuto, nelle mani un crocefisso e un rosario, impugnati con la familiarità di un'arzdora verso gli strumenti del suo ufficio casalingo.
All'interno della chiesa di San Gaudenzo nel Borgo Sant'Andrea è possibile osservare alcune opere artistiche di notevole pregio: oltre, infatti, alla piccola tela seicentesca raffigurante la "Madonna del Buonconsiglio", è possibile vedere altri dipinti molto interessanti.
E' il caso di quello raffigurante San Gaudenzo, di grande rilevanza perché è l'unico in cui il Santo è mostrato da solo mentre benedice Rimini. La città, retta da un angelo, è riconoscibile per delle guglie delle chiese di S. Agostino, del Tempio Malatestiano, della torre dell'orologio, oltre che dell'Arco d'Augusto,.
La tela, collocata nella prima cappella a sinistra, è stato restaurato in occasione del Giubileo del 2000, e può essere fatto risalire al XVIII secolo, mentre l'autore resta ignoto.
Altro dipinto di grande interesse artistico è certamente la copia del San Sebastiano di Guido Reni, il grande maestro della pittura seicentesca bolognese.
E’ solo un nome in un antico documento di un notaio. Della Tomba di Sant’Andrea non sappiamo altro, né dove fosse esattamente, né che aspetto avesse. La citazione, che risale al 1450, precisa solo che si trovava appunto nel territorio del Borgo S. Andrea “in fondo de Canteriis”: punto e capo, perché di questo fondo non sappiamo niente, se non che i canterii erano i pali delle viti. Quindi, o il fondo in questione era costituito da vigne, com’era piuttosto comune nell’agro riminese, o era posseduto da una famiglia che portava quel nome.
Ma di cosa si trattava? Lo storico Oreste Delucca distingue le tumbae in quattro tipologie: residenze-fortezza, fattorie fortificate costruite al centro di proprietà terriere, case-forti più semplici realizzate a difesa di strutture produttive situate in luoghi isolati, borghi rurali dotati di cinta muraria. Da ciò si può arguire che la Tomba di Sant’Andrea appartenesse alla seconda tipologia. Infatti, il trovarsi ai margini della città e in un luogo non isolato, fa escludere automaticamente la prima e la terza ipotesi, mentre se fosse stata del quarto tipo le dimensioni sarebbero state tali da avere ben più che un’isolata menzione nei documenti.
Invece, alla prima tipologia, quella della tumba come residenza fortezza, fanno riferimento gli insediamenti posti in luoghi isolati oppure al centro di nuclei abitativi non incastellati detti villae, come ad esempio la Tomba di Riccione, o degli Agolanti, o la Tomba de’ Berni, oggi Palazzo Marcosanti.
Oltre alle più notevoli strutture fortificate quali castelli, rocche e borghi fortificati, nel periodo del basso Medioevo, e in particolare nei secoli XIII e XIV, si assiste all’erezione di diverse strutture difensive, che oggi definiremmo fattorie fortificate. Ma allora, a Bologna e in Romagna, si chiamavano tumbae. Che non erano sepolture, ma derivavano il loro nome dal primo significato del termine (in greco, tymbos) che sta per “tumulo”, rialzo del terreno. Ciò che più a nord fu invece chiamato “motta”.
Nella nostra provincia sono state individuate ben 59 “tombe”; ma se si considera l’antico territorio della Diocesi riminese, che giungeva a Longiano a nord-ovest e a sud-est a Fiorenzuola di Focara, lo storico riminese Oreste Delucca ha individuato circa 75tumbae, due terzi delle quali risultano attestate nel corso del Quattrocento.
Anche da noi nel medio evo i contadini, al termine del lavoro nei campi, tornavano ogni sera all’interno dei castelli, grandi o piccoli, e delle “tombe”, sempre difesi da mura, torti, fossati e ponti levatoi. Perché la sicurezza, che oggi tanto ci angoscia, allora era davvero un’optional. Del resto, nemmeno le fattorie fortificate la potevano garantire. Ecco per esempio cosa accadde nel 1359 alla Tomba de’ Battagli, come narra un cronista riminese: “…e dì XIII del mese de marzo, in ora de matino intrò in aguaito L fanti in le selve dal pino in la capella de Sando Ermedo…”. Erano i mercenari della Compagnia di Corrado Lando. Che, sopraffatto “uno omo de più de LXXX anni, che non faceva bona guardia”, fecero man bassa di “grano, vino, carne sallata e lino e panni de ogni raxone, che era senza numero”.
“Gverda che pacon!”. “Nu fa trop e’ pacon”. “L’era in piaza che feva e’ pacon”. Ecco una parola usatissima nel nostro dialetto, ma che il volgare italo-romagnolo poco utilizza, preferendogli di solito sburone o tutt’al più sbucione. Pacon fra le mura di Rimini,pacoun nel contado, pacone nelle rare volte in cui viene ancora usato, è infatti il vanesio, lo sbruffone che si pavoneggia, il superbo.
Poco si è indagato su questo vocabolo. E sarebbe davvero affascinante, se avesse un minimo di fondatezza, un’origine che porta nell’Egitto del primo cristianesimo, fra i monaci della Nitria.
La Nitria è un territorio a sud-est di Alessandria in prossimità del deserto e caratterizzato da vallate e montagne. Là fin dal 330 circa vivevano dei monaci, in grotte o celle, con una organizzazione comunitaria semplice ma rigorosa. Il nemico da combattere costantemente era una sessualità personificata dal "demonio". Una testimonianza su questa comunità si deve al vescovo Palladio (ca. 364 – 431), che nell'Historia Lausica (lausae erano chiamati gli insediamenti monastici) narra: « Un monaco del deserto racconta che per dodici anni fu tentato notte e giorno dal nemico, e vistosi in balia della passione, penso che Dio lo avesse abbandonato, perciò decise di morire anziché vivere nella vergogna della passione carnale. Allora usci dall’eremo in cui viveva e vagò nel deserto fin quando non trovo la tana di una iena: si spogliò e si mise nudo nella tana aspettando di essere divorato. Dopo vari tentativi senti una voce che gli diceva: "vattene, Pacone, lotta; ho fatto in modo che tu fossi dominato dal Nemico, perché non ti insuperbisca pensando di essere forte, ma al contrario riconosciuta la tua debolezza, non confidando troppo nel tuo regime di vita, ricorressi all’aiuto di Dio" ».
Abbiamo parlato delle fiere a Rimini nella storia. Ma un’altra vicenda da raccontare è certamente la nascita e lo sviluppo della Fiera di Rimini dopo la seconda guerra mondiale. Ossia di quell’organizzazione e di quegli eventi che negli anni si sono affiancati alla tradizionale offerta turistica della città, dando ad essa una marcia in più e permettendo alle strutture ricettive di operare ben oltre la stagione balneare.
La prima fiera del dopo guerra, denominata “Fiera internazionale della produzione e della tecnica turistico-alberghiera”, organizzata dalla neonata associazione albergatori, fu inaugurata il 10 luglio del 1949 al Grand Hotel di Rimini. Quei locali risultarono però insufficienti già nella terza edizione del ‘51, grazie al volume degli affari triplicato e al notevole aumento degli espositori.
Nel 1959 vennero eseguiti alcuni lavori fra le macerie dell’ex teatro Galli, realizzando un capannone dove si tenne la VI° e ultima edizione della mostra sull’artigianato (MAPIR).
Il 19 febbraio 1961 fu la data di esordio della Fiera dell’attrezzatura alberghiera, che si svolse appunto nella sede dell’ex teatro comunale; seguì una seconda edizione nel dicembre dello stesso anno, che presentava una superficie espositiva ben maggiore grazie alla costruzione di una struttura prefabbricata in piazza Malatesta. Nella terza edizione di questa manifestazione l’esposizione delle attrezzature alberghiere fu riunita con la fiera dell’artigianato: il risultato fu grande successo, con oltre quarantacinquemila visitatori.
I numeri positivi rendevano però ancor più evidente l’esiguità della sede. Per la quinta edizione il comune concesse dunque piazza Castelfidardo dove vennero allestite strutture temporanee. Ma anche qui lo spazio non bastava per tutte le ditte che avrebbero voluto partecipare. Il problema non fu risolto neppure utilizzando, per la settima edizione del 1967, il terreno del Dopolavoro ferroviario: ben 50 aziende restarono escluse anche quella volta.
Nel 1979 il quartiere fieristico venne ampliato con la costruzione della palazzina uffici e servizi generali, oltre ad un nuovo padiglione fieristico e con la realizzazione del sovrappasso.
In quello stesso anno, venne stilato un primo progetto per la realizzazione del Palazzo dei Congressi, mentre un secondo fu presentato nel 1982. I lavori per la sua realizzazione iniziarono nel maggio del 1984: si trattava di una struttura polifunzionale che poteva ospitare insieme attività congressuali e fieristiche. Il Palacongressi fu inaugurato il 29 giugno 1990 e costò approssimativamente 16 miliardi delle vecchie lire. L’ultimo intervento di rilievo realizzato nella cosiddetta “fiera vecchia” fu la ristrutturazione del padiglione F per ospitare l’Auditorium, inaugurato il 19 luglio 1995 con un concerto dell’orchestra di San Pietroburgo.
L’ultima pubblicazione di Oreste Delucca - “I poderi della Ghirlandetta a Rimini, dai Malatesta ai fratelli Davide e Luigi Fabbri” - ha permesso di far luce su un’area, in parte occupata dalla Fornace Fabbri nel XIX secolo, poi dalla vecchia fiera ed ora dal nuovo palacongressi.
Fin dal XV secolo il nome Ghirlandetta è stato utilizzato per indicare alternativamente un fondo, una strada, un nucleo di poderi. Dallo studio delle fonti è possibile concludere che fosse localizzata tra la Polverara (via Covignano) e l’Ausa. Una zona particolarmente ambita, sia per la vicinanza alle mura cittadine, sia per la presenza di colture intensive tra cui vigneti, orti e frutteti, anche se non mancavano aree più selvagge, in particolare presso l’Ausa, dove prevaleva la vegetazione spontanea e una di queste fu definita non a caso “tana de la volpe”.
Con la costruzione della strada per San Marino nel 1920, l’area della Ghirlandetta è stata divisa in due diversi poderi, ossia Ghirlandetta Vecchia e Nuova. Le antiche case dei rispettivi poderi sono state distrutte dalle bombe della seconda guerra mondiale, per quanto riguarda la Ghirlandetta Vecchia, mentre l’abitazione della Ghirlandetta Nuova fu distrutta nel 1973 per far spazio al Peep di Via Simonini. Rimane ancora oggi un edificio, già di appartenenza dei Paolotti, poi di Guglielmo Bilancioni, in via della Fiera, presso la chiesa parrocchiale di “Gesù Nostra Riconciliazione”, in cui è ancora visibile un corpo più antico, tra cui le tracce di un’antica loggia murata, oltre a tre pilastrini che emergono dalla parete laterizia.
Poco è rimasto della Ghirlandetta, tra le aree più stravolte dallo sviluppo edilizio: i casolari distrutti o snaturati; la fornace sostituita dalla fiera, a sua volta scomparsa; è sorto il Peep; un parco cela il corso dell’Ausa.
Per ricordare chi siamo, i nomi dei luoghi sono importanti e preziosi: per questo condividiamo lo spirito di una petizione nata nel borgo Sant’Andrea, affinché via della Fiera diventi Strada della Ghirlandetta o di Isotta, il nuovo parco accanto al Palacongressi sia il “Territorio della Ghirlandetta”, anziché Raggio Verde, e il lago Mariotti, torni a essere “Cava della Fornace”.
Anche se nel merito, difficile non osservare che via Isotta esiste già e che pure la fiera è stata - e il palacongressi sarà - segno forte di quei luoghi: anche Via della fiera vecchia o Via del palacongressi non apparirebbero inappropriate.
Le lunghe vicende di Rimini hanno portato alla scomparsa della maggior parte delle sue antiche chiese. Fra quelle che sono sopravvissute, ce ne sono due che, duramente colpite dalla guerra, sono state ricostruite in forme moderne, celando ad un osservatore distratto e non informato delle cronache locali quanto siano lontane le loro origini. Unico indizio rivelatore, il campanile, che invece in entrambi i casi è rimasto in piedi nono stante i bombardamenti. Sono le chiese di San Nicolò e quella di Sant'Agnese. Quest'ultima è la più antica: è nominata per la prima volta addirittura in un diploma di Ottone III del 6 maggio 996, quale "monasterium sancte Agnetis", mentre da un documento del 1105 apprendiamo che il quartiere intorno alla chiesa aveva quello stesso nome. Una dedicazione, quella alla Vergine romana, che fa pensare ad una fondazione di molto anteriore: non solo la basilica di Roma sorta sulla tomba della martire risale all'epoca costantiniana, ma anche nella vicina Ravenna bizantina il suo culto era molto sentito: S. Agnese è raffigurata nello splendido mosaico della "Teoria delle Vergini e dei Santi" in S. Apollinare Nuovo (VI secolo), mentre le era dedicata anche una basilica, oggi scomparsa.
La storia di Sant'Agnese è narrata in due diverse versioni: una latina che parla di una ragazza dodicenne, mentre quella greca riporta le vicende di una vergine adulta. In ogni caso, Agnese, essendosi rifiutata sacrificare alla dea Vesta (la vergine custode del fuoco sacro), sarebbe stata esposta nuda in un postribolo. Ma Dio le avrebbe fatto crescere i capelli fino a coprirle tutto il corpo, mentre un angelo la velava con una veste bianca. Un giovane che tentò di violentarla cadde morto, ma successivamente fu riportato in vita grazie ad una preghiera di intercessione della vergine stessa. Successivamente provarono a ucciderla gettandola nel fuoco, ma le fiamme si divisero lasciandola illesa. Infine fu giustiziata con il taglio della gola, secondo alcuni; secondo altri, decapitata.
Durante la seconda guerra mondiale le bombe colpirono la navata centrale e l’abside di S. Agnese, facendo crollare il tetto e le volte. Si salvarono solo il campanile e la facciata; ma quest’ultima non fu possibile salvarla, per esigenze di un piano di ricostruzione che prevedeva una rettifica dell’allineamento dei fabbricati di Via Garibaldi. In realtà, come si vede oggi, il riallineamento fu solo parziale, preservando, per esempio, proprio la casa del cardinale. La ricostruzione della chiesa fu affidata all’ingegner Leonardo Trevisol, che realizzò una facciata in cemento a finto travertino molto simile a quella della vicina San Gaudenzo, che però mal si armonizza con quanto la circonda. Invece il vecchio campanile è ormai invisibile dalla strada, nascosto dalle nuove case. La chiesa fu riconsacrata Il 17 ottobre 1953.































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