Alla ricerca del poeta perduto: Giuseppe Valli

Rimini - Notizie Borgo Sant'Andrea - gio 08 apr 2010
di Lorella Barlaam

Vita e opere di un uomo singolare

Giancarlo Dall’Ara e Guido Lucchini lo raccontano un libro

«Bisognerebbe parlarne, di Giuseppe Valli - ci pungola Guido Lucchini – poeta nato nel 1894 e vissuto a San Donato, vicino a Sant’Agata Feltria, senza quasi mai allontanarsi da casa. Si vestiva come un “legionario”, sempre con un berretto bianco di cotone, per paura delle correnti d’aria, e un ombrello parasole: era un po’ ipocondriaco. Ma era un poeta vero, nel suo dialetto un po’ spurio, di cui quasi si vergognava. In vita ha pubblicato pochissimo, e quando è morto hanno trovato centinaia di versi, che aveva scritto per la donna di cui era innamorato, e che forse non l’ha mai saputo. Non ci sono molte cose su di lui, a parte un bel libro di Giancarlo Dall’Ara. E’ lui che mi ha fatto leggere le sue poesie.»

Per uno di quei casi, che fortuiti non sono, “Giuseppe Valli. Vita e opere di un uomo singolare”, libro documentato e partecipe di Giancarlo Dall’Ara, è stato edito proprio da Chiamami Città, nel 1994, e proprio a Lucchini Dall’Ara aveva affidato la “cura” del dialetto «un po’ strano, un po’ naif» delle poesie. “Uomo singolare”, che viveva di rendita e quasi recluso in casa, Giuseppe Valli si era dedicato tutto alle lettere ma senza rinunciare all’impegno civile. Quasi autodidatta, scriveva di getto, sull’onda dell’ispirazione, poi riprendeva le poesie e le correggeva più volte, conservando meticolosamente ogni versione, «colto e manierista quando scriveva in italiano, ma spontaneo e folgorante quando scriveva in dialetto» commenta Dall’Ara.

«Così, nel parlare come nello scrivere - spiegava Valli - il miscuglio del dialetto con l’italiano, l’intreccio mi viene spontaneo». Versi d’occasione, o dedicati al padre, ai suoi amori “segreti”, come la colta Giuseppina Maffei, di argomento religioso, ispirati ai grandi come Leopardi o Catullo. Non aveva in grande considerazione la sua produzione dialettale, che è invece la parte più viva e originale della sua opera, e diceva di non essere un poeta, di essere “ignorante”.

Grande benefattore - donò al Vescovo del Montefeltro la paterna “Casa Valli”, per farne un luogo d’incontro della gioventù di Sant’Agata - di inflessibile moralità, nel 1971 rifiutò la pensione di invalidità, perché dichiarò di trovarsi «in discrete condizioni economiche, e anche perché non avendo famiglia la detta rinuncia non reca danno a nessuno», lasciando esterrefatti i funzionari della Confederazione Nazionali Coltivatori diretti. La religiosità di Valli pervade tutti i suoi scritti e la sua vita, fino alla scelta del celibato, che «praticato “per amore” porta alla virtù». Una scelta che ne acuiva la solitudine: «non doveva essere facile per una persona con i suoi interessi vivere in un ambiente piccolo e isolato come San Donato», congettura Dall’Ara.

Una solitudine a volte sofferta: «Io son creduto, ma non sono, matto: son desolato: senza amore, e solo», a volte cercata e amata: «Oh come è dolce al cuore questo silenzio/ che mi consente di pensare». Degli ultimi anni di questo poeta “Santo” – morì nel 1983 - restano lettere, foto, versi e annotazioni autobiografiche, e forse un super8 che ne documenta la vita quotidiana. Ma ci piace credere avesse già trovato il suo paradiso nella poesia: «A so malet, ma a scriv in poesia,/ Sna forza ch’a n’so div, la m’porta via. Da n do ch’la venga divli a me ne so/ Ora un ruscell, ora na pèna ad Po./ Ma a n’scriv me sempri, a scriv sol a undeti,/ Ch’li m’elza vers e ciel, ori beeti!» (Autoritratto, 1959)

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