Č pių facile rinunciare al tabacco che al tabaccaio
Nostalgie di ex fumatori
Quei negozi che sanno di esotico e antichi salotti
Il guaio, quando si smette di fumare, è che non si riesce a parlare d’altro. Sarà una forma di compensazione, o un effetto delle crisi d’astinenza, ma da ex-fumatore a neo-scocciatore il passo è brevissimo, e se non riesci a trasformare la tua monomania in un business, come è successo al defunto Allen Carr con il suo best seller mondiale “E’ facile smettere di fumare (se sai come farlo)» (alias «Il Libro»), rischi di farti il vuoto attorno.
Ma prima di stendere per sempre un velo sulle mie personalissime paturnie da ex fumatrice, voglio condividere con i lettori una scoperta inattesa: quando smetti di fumare, la cosa che ti manca di più, dopo le sigarette, sono le tabaccherie. Quelle riminesi, almeno. Perché, per essere venditori a rate di cancri ed enfisemi (oltre che induttori alla dipendenza da lotterie, gratta-e-vinci, eccetera), i nostri tabaccai sono in genere persone simpatiche, ed entrare da loro è sempre un’esperienza stimolante, anche se non sono quasi mai prosperose tabaccaie modello Amarcord.
La tabaccheria-ricevitoria è un negozio strano. Ci trovi gli indigeni più indigeni (i vecchi che da una vita vanno a comprarci le sigarette e il sale grosso o a giocare un terno, le segretarie in cerca di marche da bollo e caramelline alla menta – e gli stranieri più stranieri (turisti e immigrati che comprano biglietti dell’autobus, ricariche o francobolli). Il più indigeno di tutti è il tabaccaio, un riminese doc che sta dietro quel bancone da una vita, spesso assistito da figli e figlie già brizzolati, e conosce per nome (o per marca di sigarette preferita, o per gioco preferito) i clienti più affezionati, per ognuno dei quali ha una battuta o uno scherzo, e quando la vecchina vince dieci euro al gratta e vinci il più felice sembra lui. Dietro l’insegna con la T trovi una specie di salotto di nonna Speranza: i sigari con la faccia di Garibaldi, la vera Smorfia napoletana, l’attrezzeria per la pipa ad acqua, le mentine nell’astuccio di latta verde, la cartoleria spicciola – matite, biro e quaderni che non usa quasi più nessuno, ma così rassicuranti a vedersi, come i pentolini giocattolo e quei bagnoschiuma archeologici che, nel ramo prodotti per l’igiene, sono l’equivalente della Luisona del Bar sport di Benni.
Tutto ha la stessa aria dolcemente polverosa, anche le bustine dei Gormiti e le ricariche arrivate ieri. Dove li trovate più, dei negozi così, qui a Rimini? Credetemi: è più facile dire addio al tabacco che al tabaccaio. Alcuni fumatori non hanno il coraggio di confessargli che hanno smesso. Pur di avere ancora una scusa per andare in tabaccheria, vanno a pagarci il bollo auto, le bollette, o, se l’astinenza da tabaccheria è davvero grave, perfino il canone Rai evaso da anni. «E le sigarette?» «Oggi no, ne ho ancora.» Ma non è la stessa cosa, purtroppo. E’ il fumo a creare quella speciale complicità fra cliente e tabaccaio. Tutti e due sanno di fare qualcosa di legale ma sbagliato (almeno un po’, via), e di avere bisogno l’uno dell’altro. Con le bollette non funziona.
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