La moralitą del capo
Perché “saper essere” è la cosa più importante
Solo lavorando insieme in modo corretto e dinamico produce più benessere per tutti
Il compito dell'Università è formare persone che possano assumere un ruolo di riferimento nelle organizzazioni (pubbliche e private) e nella società. Dirigenti e professionisti, ma anche persone capaci per cultura ed educazione di una maggiore consapevolezza, raggiunta in quel numero di anni che hanno dedicato alla propria formazione.
Ci deve insomma essere un motivo serio perché la comunità spenda del denaro, e le persone investano anni della loro vita in formazione, invece di entrare subito a nel mondo produttivo. E non può essere solo il denaro. La risposta alla domanda “Ma perché devo studiare 5 anni, sposarmi e fare figli più tardi, scegliere una carriera più lenta, invece di andare subito a lavorare?” non può essere solo “Perché guadagno di più”. Se fosse così, allora solo le lauree che danno salari alti dovrebbero esistere.
La formazione universitaria, quando funziona, costruisce persone capaci di avere uno sguardo più ampio, che sanno come imparare, che hanno una consapevolezza più profonda. Ovviamente a questo si può arrivare senza università e si può non averlo anche con la più brillante laurea del mondo. Diciamo che ci si arriva quando lo studente ci mette del suo e l'istituzione pure. Senza che entrambi i soggetti dell'educazione collaborino si ottiene poco. Scuole buone e studenti cattivi non danno un buon risultato, né viceversa.
La formazione non si esaurisce dunque né nel dotare la persona di abilità cognitive e professionali (in didattica si dice “sapere” e “saper fare”) perché queste due capacità non servono senza la terza: “saper essere”.
Ma cosa vuole dire “saper essere”?
Per come lo intendono molti -secondo me i più bravi- insegnanti- “saper essere” riguarda il nocciolo dell'educazione, il suo aspetto umano. Si parla di saper essere persone valide, persone migliori. I greci coniarono il termine 'aristoi', i migliori, gli eccellenti. Molte grandi scuole si propongono come quelle che formano “l'eccellenza”, “la classe dirigente”, “i dirigenti di domani”, ecc.
Ma l'eccellenza non è questione di dirigere.
Spesso si pensa che un dirigente è uno che sa prendere decisioni e farle eseguire. Non basta.
C'è un nucleo fondamentale nella formazione di una vera classe dirigente, ed è di ordine etico.
Le persone seguono solo chi è eticamente corretto. Se un capo ha il potere di ricatto, ma non è corretto, gli obbediscono, ma non lo sostengono con la loro energia, non compongono quell'unità di intenti e di desideri che è un'organizzazione efficiente, una comunità armoniosa, nella quale ogni persona dà liberamente il proprio contributo per raggiungere un fine comune. Che è né più né meno che la definizione di organizzazione data da Chester Barnard nel 1938 nel suo testo fondamentale “The Functions of the Executive.”
Un capo che predica un obiettivo comune e persegue nascostamente un obiettivo personale:
a) giustifica ogni membro del gruppo a fare i propri interessi personali (“Se lo fa lui che è il capo...”)
b) fa capire che l'obiettivo comune è una finzione, dunque lo riduce a una menzogna per gli stupidi che ci credono;
c) ne consegue che i membri che hanno capito l'aspetto nascosto del sistema pensano che le persone oneste e coerenti sono stupide;
d) (la cosa in assoluto peggiore): i comportamenti parassitari che mirano all'interesse personale pian piano corrodono l'organizzazione e l'obiettivo comune non viene mai raggiunto, si corrompe, o si riduce a una farsa.
Per questo motivo la moralità di chi insegna è all'origine di tutto, perché da essa deriva la moralità di chi apprende e da questa una classe dirigente che crede negli obiettivi e sa motivare il gruppo a lavorare per raggiungerli, costruendo e realizzando risultati che beneficiano tutti.
Siccome la sintesi di tanti progetti singoli in un grande progetto comune è molto più ampia, solida e valida del conflitto disordinato di tanti interessi egoistici, saper lavorare insieme in modo corretto e dinamico produce più benessere per tutti e soprattutto una società aperta e luminosa e persone che hanno fiducia in sé stesse e negli altri.
La grande carenza di questa moralità la, nell'Italia di oggi, la paghiamo purtroppo ogni giorno sia perché siamo meno felici sia perché abbiamo, alla fine, anche meno vantaggi personali.
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