Dalla garavela a Caravaggio

RIMINI - Notizie cultura - mer 24 mar 2010
di Stefano Cicchetti

Le nostre parole

Un vocabolo antico quanto l’attività di racimolare i chicchi d’uva

E forse anche di più

Secondo Elvino Galluzzi ("Ultme lazagna", Cattolica 1995) garavlè significa Racimolare. Raccogliere. Mettere insieme una certa somma di denaro, o più cose da più parti. Un affare andato bene, meglio del previsto”. Più precisamente, Libero Ercolani nel suo “Vocabolario Romagnolo-Italiano”(Ravenna 1994) specifica: “Garavlér, Racimolare, Raggranellare, Gracimolare”. E ancora meglio, Friedrich Schürr nei suoi studi “Sui nomi dei vini romagnoli” (riportati da La Ludla, periodico dell’Associazione “per la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo” intitolata proprio allo studioso austriaco) spiega: “Garavlé = racimolare o raccogliere i grappolini o chicchi d’uva dopo la vendemmia, sta in attinenza col piemontese garavela = mucchio di sassi o ciottoli (cf. REW 1673b, caravos) ai quali vengono paragonati i chicchi. Molti termini della viticoltura potrebbero così spiegarsi metaforicamente e sono più o meno comuni in tutta l’Alta Italia”.

Dunque una parola nata fra le vigne, ma sviluppatasi in senso figurato in ogni campo, da quello finanziario, come abbiamo visto per il denaro racimolato, a quello sentimental-matrimoniale, come si dice di colui – o colei - che inopinatamente l’ha garvalè una moj – o un marìd.

Se comunque lo Schürr ha ragione, la garavela romagnola e viticola avrebbe l’origine in comune con molti pietrosi nomi di cittadine padane. Per esempio, sia nella varesotta Caravate che nella bergamasca Caravaggio ritengono di derivare “dal prelatino carabus, probabilmente da un nome celtico di persona – gaelico Carew, latinizzato in Carevus - con l'aggiunta del suffisso –ate, oppure dal prelatino carabus o caravos che a sua volta deriva da karra, pietra (da caravum, mucchio di pietre)”.

Inoltre in Piemonte garavela significa anche “calcinaccio”. In questo senso sarebbe all’origine di molti cognomi, come Garavaglia, Garavello, Garavini, Garavelli.

Ma sarà proprio così? Nel suggestivo Borgo dei Crivellari, nell’imolese, pensano che garavela provenga invece dall'antico tedesco garben che vuol dire “covone”.  Un termine passato anche nello spagnolo gerba e nel francese gerbe, che anch’esso ha trovato seguito nel nome di diversi centri settentrionali, come Garbagnate.

Fatto sta che nel medio evo andè ala garavela poteva essere uno specifico reato punito con apposta pena. Negli Statuti di Forlimpopoli, composti fra il 1359 e il 1443, si legge: “XI. De pena illius qui garavelaverit. Item statuimns et ordinamus quod nulla persona debeat vel presumat garavelare vel per garavellis ire usque ad vigesimam diem septembris et qui contrafecerit solvere teneatur prò pena solidos XX bononeorum et quilibet possit impune expellere eos de vinca”. E cioè, all’incirca: “XI. “Sulla punizione di colui che abbia garavellato. Stabiliamo e ordiniamo che nessuno debba o ritenga lecito garavellare o andare in cerca dei grappoletti rimasti dopo la vendemmia fino al venti di settembre, e che chi abbia contravvenuto sia tenuto a  pagare un’ammenda di 20 soldi bolognesi e che chiunque li possa cacciare via dalla vigna impunemente.”

Alla tutela della produzione vinicola provvedeva praltro la saggezza popolare condensata nei proverbi: “Lòna di garavèl, Luna dei racimoli – scrive ancora Libero Ercolani - è la luna di febbraio, durante la quale non si potavano le viti, perchè si credeva che dessero grappoli piccoli”. 

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