ARTICOLI IN ARCHIVIO Borgo San Giovanni
Palazzo Ghetti in borgo S.Giovanni dopo il recente restauro e la nuova destinazione d'uso non ha praticamente più segreti (storici, costruttivi, strutturali). A completare però la sua esplorazione è intervenuta la Soprintendenza ai Beni Archeologici dell'Emilia Romagna che sotto la direzione di Maria Grazia Maioli ha permesso di aggiungere ulteriori tasselli conoscitivi durante le fasi di ristrutturazione dell'immobile (2005-2008) con un cantiere archeologico nell'area cortilizia all'interno del fabbricato. Edificio dalla facciata elegante, è dotato di grandi vani e di disponibilità di spazi (come la corte quadrilatera provvista di una 'prospettiva a cannocchiale' con il porticato e il colonnato in mattoni a vista di sicura scenografica suggestione) espressione della raggiunta stabilità economica e del prestigio della famiglia committente, una famiglia della nuova borghesia affermatasi alla metà dell'800. Progettato nel gusto ancora neoclassico dall'architetto Giovanni Benedettini, formato alla scuola di Luigi Poletti, il palazzo era destinato a fabbrica zolfanelli fosforici con relativa segheria a vapore del cav. Nicola Ghetti e impiegava ben trecento dipendenti.
Nell'ottobre 2004 è stata inaugurata una lapide commemorativa per ricordare i caduti nello sfondamento della Linea Gotica collocata nel Parco Cervi, nei pressi delle mura malatestiane.
In quell'occasione furono presenti 200 reduci canadesi, l'allora governatore del Canada Adrienne Clarkson, il ministro per i veterani Albina Guarnieri.
Ma cosa fu quella che gli storici hanno battezzato "la battaglia della Linea Gotica"? La stessa fondazione di Rimini, nel 268 a. si deve alla sua posizione geografica strategica, quale "porta" della pianura padana. Quasi 2000 anni dopo, nel gennaio del 1944, questa stessa posizione fu la causa della sua rovina: Hitler, nell'autunno del 1943 aveva individuato la "linea degli Appennini" come baluardo per frenare l'avanzata degli Alleati. A Teheran Churchill, Roosvelt e Stalin chiamavano quell'ostacolo "linea Pisa-Rimini". Nel febbraio del 1944 Hitler la ribattezzò Linea dei Goti. Uno sbarramento naturale che tagliava la penisola lungo le creste dell'Appennino per 320 km. Qui si arroccarono due armate tedesche comandate dal maresciallo Albert Kesselring: la 14a dal generale Joachim Lemelsen nel settore toscano, e la 10a dal generale Heinrich von Vietinghoff-Scheel sull'Adriatico. In tutto 14 divisioni, alle quali se ne aggiungeranno altre sette nei tre mesi dell'offensiva per un totale di 170-200.000 uomini che dovevano affrontare l'8° armata inglese, detta "l'Armata Arlecchino" perché composta da truppe provenienti da tutto il Commonwealth più Polacchi e Greci.
Il riminese o il villeggiante che voleva raggiungere dalla città la marina, ancora alla fine dell’'800, aveva due percorsi obbligati: lostradone dei Bagni (ora via Principe Amedeo) che aveva inizio da Borgo Marina; oppure poteva percorrere la strada detta dei Trajche congiungeva Borgo San Giovanni al mare non senza qualche difficoltà e in mezzo ad acquitrini, ristagni, concimazioni ed orti. C’è sempre un sud o un nord che fa la differenza o che demarca la realtà, umana e urbana. A Rimini, l’Ausa, divise lungamente due località distinte: a nord, quella ‘storica’ dello Stabilimento Bagni dove si radunava l’eccellenza aristocratica e borghese dedita alle villeggiature marine, con lo scenario di eleganti dimore e strutture tra le più moderne; a sud, la vasta area dei Traj, attraversata dalla strada omonima che si congiungeva alla litoranea all’altezza dell’odierno Park Hotel, costituita da vaste aree scoperte. I Traj erano stati lungamente una zona off limits, confinante con la via degli Orti (via Lagomaggio), costellata di capanne di ortolani, dune, terreni incolti. La spiaggia corrispondente, per quanto frequentata da arditi bagnanti o da villeggianti di più modeste ambizioni, pagava un po’ lo scotto della presenza dell’Ospizio Matteucci, benemerito istituto per i bambini scrofolosi, che dal 1870 con moderne terapie si prendeva cura di soggetti colpiti dalla adenite tubercolare, la scrofola, malanno sul quale, pare, aleggiasse la leggenda del ‘tocco reale’ cioè il taumaturgico intervento dei sovrani (in ispecie francesi e inglesi) in grado di ‘guarire’ i malcapitati.
Parlare con Guido Lucchini è aprire il sipario di un teatro che è Rimini, con i suoi personaggi e interpreti, le sue storie. Un teatro della memoria, che va in scena anche nelle prose di “Raconta Rèmin, raconta” e in raffinate poesie dialettali, raccolte in “Barafonda” e “Vecia palèda” (Capitani ed.). Un universo di parole macinate da sempre sulla macchina da scrivere, «che il computer non gli fa manco vento» ci ha raccontato, «prima però scrivo tutto a mano in grandi quaderni dove tiro giù gli appunti che ho in mente, mi vengono a volte le idee di notte, mi alzo e scarabocchio, ho tante di quelle carte…»
Tempo fa incontrai Liliano Faenza, purtroppo scomparso, e nel chiedergli cosa stesse sfogliando mi mostrò un bel libro fotografico con stupende immagini di Rimini, scattate da Davide Minghini.
Minghini era nato negli anni '20 a Rimini ed era figlio di fotografo. Così sin da bambino aveva aiutato il padre e in seguito, facendo il servizio militare a Roma, aveva appreso in un reparto specializzato, la tecnica della fotografia e contemporaneamente aveva iniziato a lavorare come reporter in un giornale locale. Tornato a Rimini aveva aperto un suo studio fotografico, prima, in fondo a via Soardi e, in un secondo momento, in piazzale Kennedy mentre contemporaneamente collaborava con il quotidiano Il Resto del Carlino Rimini, l'Ansa e altre testate locali. Era un personaggio unico, che difficilmente si potrà dimenticare e che si incontrava ovunque con il suo obiettivo fotografico. Spesso collaborava anche a pubblicazioni sulla Romagna per conto dell'Azienda di Soggiorno e del Comune di Rimini.
Un conoscente del Borgo Sant'Andrea mi ha chiesto di scrivere i miei ricordi sulla vecchia tradizione riminese del “somaro lungo” (e sumarlòng, secondo il Dizionario di G. Quondamatteo) ed io, confidando nella memoria, mi accingo ad accontentarlo chiedendo però venia se, dato il tanto tempo trascorso, incorrerò in qualche imprecisione o dimenticanza.
Nella giornata del Lunedì di Pasqua, tempo permettendolo, fin dal mattino c'era una processione ininterrotta di gente, a piedi o in bicicletta quella meno abbiente ed in carrozza (e fiacre) quella benestante, che, partendo dal centro storico, percorreva le vie Garibaldi (la cuntrèda di magnèn), Saffi, Covignano (la pulvrèra) per raggiungere i dolci pendii di Covignano, nei paraggi della grande croce, punto di partenza della suggestiva “via crucis” che arriva alla sovrastante Chiesa delle Grazie. (…)
Il riminese o il villeggiante che voleva raggiungere dalla città la marina, ancora alla fine dell’'800, aveva due percorsi obbligati: lostradone dei Bagni (ora via Principe Amedeo) che aveva inizio da Borgo Marina; oppure poteva percorrere la strada detta dei Trajche congiungeva Borgo San Giovanni al mare non senza qualche difficoltà e in mezzo ad acquitrini, ristagni, concimazioni ed orti.
C’è sempre un sud o un nord che fa la differenza o che demarca la realtà, umana e urbana. A Rimini, l’Ausa, divise lungamente due località distinte: a nord, quella ‘storica’ dello Stabilimento Bagni dove si radunava l’eccellenza aristocratica e borghese dedita alle villeggiature marine, con lo scenario di eleganti dimore e strutture tra le più moderne; a sud, la vasta area dei Traj, attraversata dalla strada omonima che si congiungeva alla litoranea all’altezza dell’odierno Park Hotel, costituita da vaste aree scoperte. I Traj erano stati lungamente una zona off limits, confinante con la via degli Orti (via Lagomaggio), costellata di capanne di ortolani, dune, terreni incolti. La spiaggia corrispondente, per quanto frequentata da arditi bagnanti o da villeggianti di più modeste ambizioni, pagava un po’ lo scotto della presenza dell’Ospizio Matteucci, benemerito istituto per i bambini scrofolosi, che dal 1870 con moderne terapie si prendeva cura di soggetti colpiti dalla adenite tubercolare, la scrofola, malanno sul quale, pare, aleggiasse la leggenda del ‘tocco reale’ cioè il taumaturgico intervento dei sovrani (in ispecie francesi e inglesi) in grado di ‘guarire’ i malcapitati.
Sono diversi i motivi di interesse per visitare la nuova sede della Fondazione Fellini, a pochi passi dal Parco Cervi e dall’arco d’Augusto. I pezzi forti dell’esposizione sono collocati al primo piano della palazzina. Spiccano i costumi del film “Roma” e il cosiddetto “uccello amoroso” - il congegno meccanico che accompagnava nel film “Casanova” le prestazioni erotiche del celebre veneziano - oltre a locandine e foto buste.
Alle pareti, le immagini dei set di Fellini, oltre ai disegni preparatori di mano del maestro, che servivano a fissare le prime idee sui personaggi che avrebbero poi popolato i suoi capolavori e per trasmetterle ai collaboratori.
E’ possibile, inoltre, consultare una copia del Libro dei Sogni, il diario che l’analista di Fellini, Ernst Bernhard (1895-1965), gli consigliò di tenere per raccogliere disegni e pensieri che derivavano dalle sue visioni oniriche, che Federico definiva “il lavoro notturno”.
Il testo raccoglie più di mille tavole di un periodo compreso tra il 1960 e il 1990: una preziosa testimonianza dell’estro creativo del regista riminese.
La città di Rimini per la sua strategica posizione geografica di crocevia quasi obbligato, oggi come in passato, per i viaggiatori che da nord devono spostarsi verso sud e verso ovest evitando le montagne, è da sempre luogo di soggiorno per tanti forestieri.
Abbiamo già parlato in passato delle aree di sosta e ristoro al tempo dell’antica Roma, dislocate sulle principali direttrici (via Emilia e Via Flaminia) dette cauponae (osterie) etabernae (ostelli).
Nel Medioevo, e in particolare nel XV secolo, questo insieme di strutture ricettive è documentato e ammonta a ben 29 strutture di cui molte nel borgo San Genesio (oggi San Giovanni): tra queste, negli atti notarili, si distinguono una domo sive hospitio coperta de cupis solariata cum curte sive orto post dictam domum, appartenuta a tale Giovanni di Marzio e ubicata sulla via Regale (ossia via Flaminia), e una seconda domum muratam solariatam et cupis copertam cum stabulo cortili orto et aliis suis pertinentiis aptam ad hospitium, condotta da Melchiorre di Battista e posta in prossimità dell’Ausa.
In epoca medievale i "ristoranti" erano ben diversi da quelli odierni. Dobbiamo infatti immaginare "strutture polifunzionali" che dovevano accontentare chi aveva bisogno di un alloggio per la notte, di un pasto caldo, di ricoverare nelle stalle gli animali, come chi voleva trovare un po' di svago, scolarsi una coppa di vino o comprarne un po' alla mescita.
La gente del posto non consumava mai cibo nelle osterie. Sia perché era ritenuta una spesa ingiustificata, sia perché era addirittura vietato: i regolamenti comunali solitamente proibivano ai cittadini di consumare cibo in alberghi e locande così da prevenire complotti o congregazioni sovversive! Se si era invitati a mangiare in un albergo da un amico forestiero di passaggio, bisognava chiedere un'autorizzazione scritta all'autorità.
Si poteva però andare in osteria a bere o comprare vino. Per i giovani maschi erano le uniche occasioni di "socializzare". Non senza problemi di ordine pubblico a causa del gioco d'azzardo e della presenza fissa di prostitute.
Le locande medievali avevano un'unica "sala da pranzo" dove i clienti condividevano tavoli e pasto con sconosciuti. Si mangiava senza le posate, il cui uso da noi rimarrà tabù almeno fino al XVI secolo.
I mulini da cereali fin dal Medioevo costituirono nel nostro territorio un importante aiuto per il lavoro dell’uomo: già dal X secolo iniziano ad essere annoverati nelle fonti locali, anche se sarà nel XVI secolo che troveranno diffusione su tutto il territorio, grazie anche ai numerosi corsi d’acqua che allora potevano beneficiare di una portata d’acqua molto più ricca rispetto ad oggi.
Nel basso Medioevo i mulini furono adibiti a svariate funzioni: oltre che alla molitura dei cereali, anche in cartiere, concerie, filande, segherie, frantoi, torni da falegname, ferriere, nella follatura dei tessuti, ecc.
A Rimini nel XV secolo si trovavano tre mulini da grano, di cui due sulla Fossa Patara: quello comunale nella contrada di Sant’Andrea e quello appartenente a Santa Maria in Trivio, e uno nella contrada di Santa Colomba, appartenente ai canonici. Nelle carte d’archivio riminesi si ipotizza l’esistenza di un quarto mulino nel borgo di San Genesio, sorto per mettere a frutto le acque dell’Ausa esterna: è infatti certo che così come sul Marecchia e sul Conca anche sull’antico Aprusa fossero collocati mulini, di cui oggi purtroppo non è rimasta traccia, a differenza delle numerose strutture conservate nella Valmarecchia, di cui i mulini Moroni e Sapignoli a Poggio Berni costituiscono forse gli esempi meglio conservati.
Nel borgo di San Genesio si trovava anche un mulino da olio, dove Francesco e Domenico del fu Domenico ab oleo hanno l’enfiteusiunius domus murate solariate et cupis coperte cum orto cum uno molendino ab oleo, confinante a primo latere strata Maior (…) a tertio via palate.
Essendo l’edificio documentato da oltre venti anni, la struttura molitoria potrebbe risalire agli ultimi decenni del Quattrocento.
Nel borgo di San Genesio c’era anche un molino da guado (in territorio S.Gaudentii extra portam S. Genexii in campo existente iuxta stratam que vadit ad S. Cristofarum).
L’origine dei mulini ad acqua si fa risalire al III secolo a.C., con il cosiddetto “mulino greco”, un macchinario molto semplice dotato di una ruota orizzontale il cui asse era collegato direttamente ad una delle due macine la quale, ruotando sull’altra, triturava il cereale.
Il fatto che tale tipologia di mulino avesse un basso rendimento a causa della lentezza delle macine e delle loro dimensioni ridotte fu la causa della sua scarsa diffusione a vantaggio di una nuova tipologia di mulino, che si sviluppò nel I sec. sul territorio dell’Impero romano, detto verticale perché si basava su una ruota idraulica a moto verticale collegata alle macine mediante un meccanismo a ruote dentate.
11 luglio 2009: questa data segnerà il ritorno tanto atteso degli obelischi seicenteschi nel borgo di San Giovanni. L’inaugurazione dei lavori di ripristino degli obelischi coincide con la prima delle due giornate della festa borgo di San Giovanni, giunta alla sua nona edizione.
E’ da anni che si discute sul recupero e la valorizzazione dei pilastrini seicenteschi, collocati fino alla II° guerra mondiale all’ingresso del ponte dell’Ausa, lungo l’antica via Flaminia.
Alla fine del ‘700 venne demolita la porta medievale che si trovava nell’estremità del ponte posta verso il centro città, davanti all’arco d’Augusto. Era sovrastata da un torrione e ovviamente, si raccordava con la cerchia di mura ancora visibile.
Nell’Ottocento gli obelischi vennero immortalati in due vedute: un’incisione di Bernardino Rosaspina del 1832, eseguita su disegno di L. Ricciarelli, e un disegno a china, del 1849, di Romolo Liverani, oggi conservato presso la biblioteca civica di Forlì.
Grazie ad una cartolina dei primi anni del ‘900, possiamo notare con chiarezza i pilastrini, e il ponte di cui vengono mostrate le spalle in mattoni, così come verrà ripristinato in concomitanza con il ricollocamento degli obelischi. Nel 1916 fu cistruita la ferrovia Rimini-Novafeltria e proprio dove sorgeva la porta medievale comparve un passaggio a livello.
Durante la seconda guerra mondiale il ponte sull’Ausa fu distrutto, e durante il dopoguerra fu ricostruito in cemento armato, mentre dei piastrini si recuperarono alcuni frammenti.
Il ricollocamento dei pilastrini all’ingresso del borgo San Giovanni è stato reso possibile grazie all’impegno di tanti: nato, infatti, da un’idea del comitato parrocchiale per la festa del borgo San Giovanni, la realizzazione del progetto è stata effettuata dal Comune di Rimini, nelle persone dell’architetto Pier Luigi Foschi, direttore del Museo della Città di Rimini, Marcello Cartoceti, presidente dell’A.R.R.S.A. (Associazione riminese per la ricerca storica e archeologica) e dall’arch. Laura Berardi.
Se la fiera di San Giuliano era la più importante di Rimini, anche il Borgo che oggi chiamiamo di San Giovanni ne aveva una sua. Era intitolata a San Gaudenzo, in quanto l’antichissima abbazia dedicata al patrono della città si trovava appena fuori dal Borgo, nel luogo dove oggi si vede il Palaflaminio. A differenza della fiera di San Giuliano, che si tenne fino ai primi decenni del XVII secolo, la fiera di San Gaudenzo aveva iniziato a manifestare i primi segni di cedimento già nella seconda metà del Cinquecento.
Come riferiva nel ‘600 Cesare Clementini, la Fiera di San Gaudenzo si teneva tra l’arco d’Augusto e l’arco in pietra eretto nel 1509 (sulla base di un’analoga opera preesistente) in onore di papa Giulio II, posto alla fine dell’odierna via XX Settembre, all’incrocio con via Tripoli. L’arco fu demolito, perché pericolante, dopo il terremoto del 1786.
Uno dei punti di forza delle fiere riminesi era il mercato dei minerali di ferro, che suscitava l’invidia di molti concorrenti, a cominciare dal Ducato di Urbino. Le “ferrarecce” arrivavano di contrabbando via mare e il punto debole della città era stato sempre il porto, malagevole e insicuro. Ai primi del ‘600 il Duca Francesco Maria II Della Rovere puntava pertanto proprio sullo scalo di Pesaro, appena rinnovato, e su quello di Fano per scatenare l’offensiva commerciale contro i vicini romagnoli.
I Riminesi quale contromossa pensarono a rilanciare l’antico approdo dell’Ausa. A Girolamo Rainaldi fu affidata la progettazione di un nuovo porto alla foce del torrente, munito di una palizzata capace di ospitare fino a sessanta vascelli a tre vele. Ma non se ne fece nulla, anche perché il tentativo pesarese naufragò velocemente.
Papa Paolo III nel 1538 autorizzò lo spostamento della fiera dal Borgo a dentro le mura, nel tratto di Corso “tra porta San Bartolo e la piazza del Foro”. Dalla breve papale si evince che la fiera non si era più tenuta dal 1517, quando “il Borgo di San Genese, ora di San Bartolomeo” era “stato per la guerra brusato et ruinate le case d’esso et tutto desarverte senza uscio et finestre”. La “guerra” menzionata era stata la scorreria di Francesco Maria I della Rovere, durante la quale fu distrutta anche Coriano. Il Della Rovere stava tentando di riacquistare il Ducato di Urbino, sottrattogli dal Papa. Dovendo affrontare un esercito pontificio doppio del suo e non avendo soldi per pagare i propri mercenari (cinquemila fanti e mille cavalieri), non gli restava che il saccheggio. Il Duca riuscì nel suo intento; Rimini, soggetta al Papa, pagò il conto.
Una «fiera delle pelli» si teneva fin dal 1500 a Rimini tra borgo San Giuliano e le Celle, per la ricorrenza di sant’Antonio dal 12 al 20 giugno.
Era seguìta da quella di san Giuliano nata nel 1351 nell’omonimo borgo (dal 21 giugno, vigilia della festa del santo, sino al 22 luglio).
Il calendario resta stabile fino all’inizio del 1600, quando soprattutto a causa delle carestie, le due fiere sono spostate fra settembre ed ottobre, inglobando pure quella detta di san Gaudenzio nata in ottobre nel 1509.
La concentrazione delle tre fiere in un unico appuntamento (successivamente tra 8 settembre ed 11 novembre), è l’effetto del declino commerciale ed economico della città, a cui non si sa reagire.
Nel 1627 esse come unica «fiera generale» sono anticipate dal 15 agosto al 15 ottobre, e nel 1628 ritornano dall’8 settembre all’11 novembre.
Pare incredibile, ma la via Flaminia, sui cui lati è nato borgo San Giovanni, è ancora oggi l’asse viario più importante di Rimini sud. Eppure sono passati ben più di 2 mila anni: i lavori per costruirla iniziarono nel 220 a. C. grazie al console Caio Flaminio, che volle un’arteria che collegasse l’Urbe con gli avamposti romani allora più avanzati nell’Italia settentrionale.
La legge e le tradizioni romane proibivano l'uso di veicoli nelle aree urbane, per ragioni di sicurezza e anche igiene, essendo la trazione dei mezzi tutta animale. Dunque tutte le città erano, come diremmo noi, delle Ztl, zone a traffico limitato; non assente in assoluto perchè, allora come oggi, non mancavano le eccezioni. Per esempio, erano esentati dai divieti le donne sposate e gli ufficiali governativi in viaggio per servizio.
L'edilizia medievale del borgo San Giovanni era caratterizzata da unità edilizie dalla planimetria allungata, con la particolarità di avere il fabbricato principale sulla strada principale (l'odierna via XX Settembre), insieme alle attività produttive connesse. Questo tipo di edifci si era diffuso già dal VIII-X secolo, e si contrapponeva al modello di casa "solariata", che si sviluppava cioè verso l'alto, e che doveva essere certamente più diffusa nel centro cittadino, dove mancava lo spazio.
Il Medioevo è certamente un periodo storico affascinante e il grande successo di tante manifestazioni che vogliono rievocarlo lo dimostra. Inoltre, i modelli urbanistici medievali tutt'ora segnano indelebilmente tutti i centri storici italiani.
Non sappiamo se nel borgo fossero presenti altre case-torri oltre a quella che il Vescovo Monsignor Ventura concesse il 27 Marzo 1207 a Bartolomeo per la realizzazione di un "hospitale" dove oggi è Santo Spirito. Certamente la casa-torre, così tipica dell'Italia medievale, si diffuse anche nella nostra città nei secoli XII e XIII; ve ne sono tracce nel centro storico, come il basamento all'angolo di Palazzo Spina, su Corso d'Augusto).






































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