Il vitellone? E’ abruzzese

RIMINI - Notizie cultura - mer 24 mar 2010
di Lorella Barlaam

 

Le poesie di Giuseppe Rosato pubblicate dall’editore riminese Raffaelli

Nella corrispondenza con Flaiano si svela la vera origine del termine “felliniano”

Rimini, Abruzzo. Quasi un’appartenenza onoraria, un doppio filo tra storia e memoria, che lega luoghi e persone nel nome della cultura. Con una distanza ancora più piccola degli ormai classici “sei gradi di separazione”. E’ appena uscito dall’editore riminese Raffaelli l’ultimo libro di poesie di Giuseppe Rosato, nato nel 1932 a Lanciano, uomo di lettere e critico d’arte tanto rilevante quanto schivo e appartato. Il titolo è Lu scure che s’attonne, “Il buio che si arrotonda”, come un cielo gravido di quella neve che tanta metaforica importanza ha per Rosato. Versi dedicati alla moglie scomparsa, Tonia Giansante, che nel cantabile dialetto abruzzese danno “respiro al cuore”, mentre l’intelligenza dell’autore, inesorabile, ne taglia le illusioni, come scrive nella bella prefazione Franco Loi. E’ stato il poeta stesso - racconta Raffaelli, creatore di curatissime e raffinate plaquettes - a proporgli di pubblicare i suoi versi, di una “musicalità rara”. Ma c‘è stato un altro abruzzese, altrettanto schivo e appartato, tra i protagonisti della cultura riminese: Ennio Flaiano, lo scrittore e sceneggiatore che ha collaborato con Federico Fellini a capolavori come “La dolce vita”, e di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita, assai festeggiato a Pescara. Di Giuseppe Rosato Flaiano è stato amico e corrispondente. Le “Lettere a Giuseppe Rosato (1967-1972)” sono uscite in un volumetto edito da Rocco Carabba, storica casa editrice di Lanciano, nel 2008. Una corrispondenza che getta luce sul rapporto del “satiro” Flaiano con la sua abruzzesità – il “Marziano a Roma”? E’ l’abruzzese al suo arrivo nella grande città, scrive all’incirca Flaiano in una delle lettere - e chiarisce il cotè pescarese de “I Vitelloni”, titolo felliniano ormai proverbiale. Nel novembre 1971 Flaiano scrive: “Caro Rosato, il termine “vitellone” era usato ai miei tempi per indicare un giovane di famiglia modesta, magari studente, ma o fuori corso o sfaccendato; comunque dedito più alle sue compagnie, alla frequentazione del caffé o del circolo locale, nonché della casa di tolleranza, che a tutto il resto. Si sentiva spesso dire nelle famiglie al ragazzo senza voglia di studiare: «Che vu’ fa? Lu vitellone?». Ma credo che il termine sia una corruzione di «vudellone», grosso budello, persona portata alle grosse mangiate e passato in famiglia a indicare il figlio che mangia a ufo, che non produce, un budellone da riempire. Ecco tutto.” E scus’se è poche!

 

 

commenti

Chiamamicittà - via Bonsi, 45 - Rimini - 0541 780332 - Fax 0541 784170 - info@chiamamicitta.net
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.
Programmazione: Studio Web 2.0 Copyright ©2012  - Progetto grafico: Inèditart