8 Marzo 1829, vigilia di San Giuseppe

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 10 mar 2010
di Redazione

I falò di primavera nel romanzo dell’autore riminese

Il 18 marzo, dopo il tramonto, Orfeo uscì di casa e si avviò verso il colle delle Grazie. Era consuetudine che la vigilia della festa di san Giuseppe si accendessero grandi falò nei sobborghi della città e in tutta la campagna. Già due settimane prima si cominciavano ad accumulare nelle aie rami secchi, sterpi, canne, sarmenti, paglia, rottami di vecchi mobili e quant’altro era scampato al camino nei mesi invernali. La devozione al santo falegname induceva più d’uno ad andare a segare nottetempo gli alberi da frutta dei vicini, col rischio di buscarsi una fucilata. Le ultime notti si stabilivano turni di guardia alle cataste, a scanso di razzie. Tra borgo e borgo, e tra casolari confinanti, si rinnovava ogni anno la sfida: più alto era il cumulo di legna, più tardi si spegneva il fuoco, e tanto più abbondanti sarebbero stati i raccolti. Chè san Giuseppe, dall’alto, prendeva buona nota dei vincitori. Erano le sei e mezza. I falò sarebbero stati accesi fra le sette e mezza e le otto. Camminando del suo passo, Orfeo avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare al colle e di lassù abbracciare con lo sguardo la pianura punteggiata di fuochi. (…) Alle falde del colle, davanti alla piccola chiesa del Crocifisso, una pila di legna alta più di sei braccia stava per essere data alle fiamme. Dalle casette circostanti gli affittuari arrivavano alla spicciolata: gli uomini con torce e forconi, le donne con gli scaldini in cui avrebbero riposto le braci, i bambini correndo e gridando a squarciagola. (…) Salì al colle per il sentiero impervio e zigzagante che, scandito dalle stazioni della Via Crucis, rammentava ai fedeli l’ascesa al Calvario. Arrivò in cima coperto di sudore e a corto di fiato. Guardò giù. I falò si accendevano uno a uno. Pochi minuti dopo tutto il piano ardeva, a perdita d’occhio, come un immenso accampamento illuminato dai bivacchi, e il cielo, offuscato dal fumo, si stava tingendo di rosso. A Orfeo tornarono in mente gli ultimi giorni d’aprile del 1815, quando l’esercito di Murat aveva occupato la città. (…) Arrivava fin lassù, trasportato dal leggero vento di mare, l’odore del fumo. Orfeo osservava i falò, che si andavano spegnendo l’uno dopo l’altro.”

Tratto da “La falce dell’ultimo quarto” di Piero Meldini, Mondadori. Per gentile concessione dell’autore.

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