Di cosa parliamo quando parliamo di fogheraccia

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 10 mar 2010
di Lorella Barlaam

Intervista a Piero Meldini

Dal rito agrario all’happening sulla spiaggia

Ne “La falce dell’ultimo quarto”, romanzo del 2004 che tra i tanti pregi ha quello di essere sottotraccia un almanacco di usi e tradizioni della nostra città, Piero Meldini, noto romanziere e saggista riminese, racconta in presa diretta le fogheracce del 18 marzo 1829. “Ho trovato traccia di questa tradizione già nell’ottocentesca Cronaca dei Giangi, Nicola e Filippo”, ci ha rivelato, “e l’ho usata in un gioco documentale nel romanzo”. E oggi? Ecco cosa ci ha raccontato.

Anzitutto: fugh, fogheraccia o fugaraza?

«Fogheraccia, o focheraccia, è l’italianizzazione del termine dialettale fugaraza - con varianti nei vari vernacoli romagnoli - che sarebbe “falò”. Ma falò è un termine generico e, come spesso accade per le parole dialettali, non ne rende tutti i significati.»

Da dove nasce questa tradizione?

«L’origine è molto discussa: la vigilia di san Giuseppe è vicina al solstizio di Primavera, ai primitivi riti agrari di rinnovamento. Non a caso nella fogheraccia, in Romagna, si bruciavano soprattutto le potature primaverili degli alberi, per propiziarne la rinascita. Se n’è interessato Eraldo Baldini, che la ricollega a un sostrato celtico, però non abbiamo nessuna prova certa, e i falò sono diffusi in tutta Italia, anche se in date diverse. Sicuramente è un tratto arcaico, uno dei pochi rimasti in vita nella nostra cultura. La fogheraccia era un rito della famiglia contadina patriarcale, accesa sull’aia, e con il diffuso trasferimento delle famiglie contadine in città, dopo la guerra è diventato il fuoco di una strada, di un quartiere, di una parrocchia.»

Qualche ricordo delle tue focheracce da ragazzo?

«Sono nato in città, ai margini del Borgo di San Giovanni, e a cinquanta metri da casa mia cominciava la campagna. Mi ricordo quando è cominciato a subentrare un elemento di sfida, su chi faceva la fogheraccia più alta. Gli ultimi giorni bisognava fare la guardia, perché c’era chi veniva a rubare il materiale. Mi ricordo il buon profumo che davano, e lo scoppiettio dei rami ricchi di linfa. Ne restavano braci che le donne raccoglievano per la “suora”, lo scaldaletto. Ma non mi risulta nessuna tradizione gastronomica locale legata ai falò, o alla festività di San Giuseppe. Ad avere vaghi tratti rituali, oltre al girotondo delle bambine, era la prova di coraggio che facevano i ragazzi saltando le braci, con grande trepidazione delle madri».

Che senso ha, oggi, questa tradizione?

«Se il 18 marzo sera si va nell’ora canonica - verso le diciannove e trenta - sul colle delle Grazie, dalla balconata si vede ancora una serie di falò accendersi in pianura, ed è molto suggestivo. Quelli di ieri e quelli odierni sono comunque fuochi diversi, dalla raccolta del materiale al crepitare del falò che brucia, all’odore del fumo: ma c’è il desiderio di conservare questa tradizione, anche se ormai il senso originario si è smarrito. Anche i giovani sono affezionati alla fogheraccia. Come d’altronde manifestano un interesse per il dialetto maggiore di quello delle generazioni precedenti.»

E’ infatti frequentatissima la focheraccia… in riva al mare

«Che è senz’altro suggestiva e sicura, ma non ha niente a che fare con il significato originario, e forse deve di più il suo fascino all’iconografia di certi film. D’altronde lo spostamento in città aveva creato già una perdita di tratti, non era più la focheraccia “familiare”. Io comunque i fuochi vado a vedermeli in campagna, per risentire il profumo pungente del legno.»

 

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