ARTICOLI IN ARCHIVIO Borgo San Giuliano
L'Ordine Benedettino contava a Rimini diversi monasteri e ben tre grandi abbazie, di cui oggi ci rimangono solo quella dei santi Pietro e Paolo, l'odierna San Giuliano, e l'antica Santa Maria in Trivio, in origine alle dipendenze di Pomposa, ma ceduta nel XIII secolo ai Francescani con i quali divenne San Francesco, e oggi Tempio Malatestiano.
L'antica abbazia di San Gaudenzo, che si trovava sulla via Flaminia, fu trasformata in residenza privata ai rimi dell'800 e poi demolita nel XX secolo.
SS. Pietro e Paolo si trovava sotto una speciale tutela della Sede Apostolica, (come "immediate subiectum"), e quindi esente dalla giurisdizione del vescovo di Rimini, come accadeva per le altre fondazioni benedettine della zona.
La chiesa che sarà poi dedicata a San Giuliano, le cui prime notizie risalgono al IX secolo, sebbene la sua fondazione sia certamente più antica, faceva parte dunque di un potente monastero benedettino che possedeva gran parte del borgo e persino la metà del vicino ponte di Tiberio, oltre al monastero di San Vitale. Fuori dalle mura, SS. Pietro e Paolo deteneva molti beni soprattutto in direzione di Ravenna; fin dal 1033 sono segnalati la pieve di Bordonchio (Donegaglia) con le sue pertinenze, le chiese di San Giovenale (Viserba), San Martino in Riparotta e molte altre, oltre a fundi, mansi, curtes sparsi fino a Fano e Ancona. Nei secoli successivi il patrimonio di ingrandirà ulteriormente.
Nella composta architettura cinquecentesca della chiesa di San Giuliano sono conservati i resti del Santo martire venerato dal X secolo nella città (storia, martirio e leggende si sono intrecciate e le narrazioni hanno preso una declinazione tutta riminese). Ma oltre le reliquie, la chiesa vanta uno dei dipinti più visitati della città. E' opera del veneziano Paolo Veronese, realizzata poco prima della morte del pittore (1587) per i Padri canonici di San Giorgio in Alga. L'altar maggiore dove è collocata la pala fu consacrato nello stesso anno della chiesa e dedicato alla Vergine e ai santi Pietro e Paolo (cui in origine era dedicata l'abbazia) e Giuliano. E' probabile che la commissione fosse antecedente a tale data e riconducibile al 1583.
Espressione di una versatilità compositiva e di un impianto formale ripreso più volte dal pittore (Martirio di S.Giustina a Padova), anche la pala riminese accentua, in ragione delle esigenze devozionali e pietistiche di quegli anni, una forte dimensione della gloria e della esaltazione divina: tutta la parte superiore del quadro è orchestrata infatti sulla figura della vergine attorniata da angeli e dai santi apostoli; nel registro inferiore è collocata la scena del martirio di Giuliano, con l'immagine luminosa del giovane dai biondi capelli, vicino al quale si muove la dolorosa figura della madre Asclepiodora, dalle vesti sontuose, inginocchiata, nell'atto di sostenerlo nella fede e di accompagnarlo al tragico supplizio.
Nella composta architettura cinquecentesca della chiesa di San Giuliano sono conservati i resti del santo martire venerato dal X secolo nella città; vicende, martirio e leggende si sono intrecciate e le narrazioni hanno una declinazione tutta riminese. La racconta anche Pier Giorgio Pasini, che pone l'accento sul contesto storico della Rimini medievale in cui avvenne il ritrovamento dell'arca contenente il corpo del santo, giovane istriano del III secolo, processato dal console Marziano, al cospetto della cristianissima madre Asclepiodora, durante la prima feroce persecuzione di Decio, in Cilicia (Turchia). Il martirio è noto: il corpo gettato in mare in un sacco con serpi e sabbia arrivò con le correnti marine sulle coste del Proconneso dove fu sepolto in un grande sarcofago marmoreo posto a picco su una scogliera; la quale nel X sec. franò rovinosamente in mare. Sospinta da angeli ceroferari l'arca approdò sulla spiaggia adriatica. Fu ‘intrasportabile' verso la cattedrale riminese, sede vescovile e simbolo del potere diocesano, né si aprì, ma fu accolta e riparata sotto il portico della chiesa e convento benedettini dei santi Pietro e Paolo, nel borgo a ridosso del ponte di Tiberio (la chiesa prese poi il nome di San Giuliano dal XIII sec.). Contrasti di potere alla origine della venerabile collocazione? I più fidati benedettini ebbero la meglio: l'arca fu aperta e ispezionata, sotto la custodia dell'Abate Lupicino, il corpo posto poi in un urna dorata.
Il problema dell'accumulo dei detriti alla foce del Marecchia che intasavano la bocca del porto, fu studiato a lungo dallo Stato della Chiesa, vista l'importanza dello scalo riminese, secondo in Adriatico solo ad Ancona.
All'inizio del '500, proprio a causa della difficoltà di deflusso delle acque in mare, il Marecchia aveva ripreso a percorrere - come accaduto nell'alto Medio Evo e probabilmente anche in epoche più antiche - l'alveo della Fossa Viserba, da San Martino in Riparotta al mare.
Il governo di Papa Giulio II decise allora di aumentare il corpo d'acqua del fiume per mantenere in sospensione i detriti facilitandone così lo scaricarsi degli stessi in mare aperto: per questo motivo vietò di prelevare acqua dal Marecchia.
Un'ennesima, terribile alluvione sconvolse la nostra città l'11 ottobre 1523, quando Marecchia, Ausa e Mavone uscirono dai propri alvei, unendosi e allagando l'intera Rimini: il ponte di san Bartolo di frote all'Arco venne distrutto, mentre quello di Tiberio fu sommerso.
Alcune piene del Marecchia per certi aspetti furono anche utili: quella del 1585, ad esempio, liberò la bocca del porto da una grande massa di detriti che aveva reso inagibile il canale per quasi sei mesi.
Il 10 novembre 1614 una memorabile "fiumana" distrusse molte barche, mentre numerose case del borgo di San Giuliano furono allagate dovettero essere abbandonate.
In occasione della recente visita del presidente Giorgio Napolitano in Israele, è stata dedicata a Giorgio Perlasca una foresta di alberi piantati in suo onore. Alla fine della seconda guerra mondiale salvò a Budapest, spacciandosi per console onorario spagnolo, cinquemila persone di fede ebraica dalla deportazione. In Ungheria vi erano 800 mila cittadini ebrei, 500 mila non tornarono più dai lager.
Il Borgo San Giuliano conosce bene questo "uomo normale" come lo definisce il figlio Franco, perché lo ha eletto nel 1992 cittadino onorario del Borgo. Nello stesso anno è nata la "Settimana del Giusto" una iniziativa che si propone di onorare una persona - o un'organizzazione - distintasi per atti di particolare significato umanitario, senza curarsi di frontiere ideologiche, nazionali, politiche, razziali o religiose. L'idea nacque da Sergio Giorgi il partigiano meglio conosciuto con il nome di Mazaset. Nel comitato promotore figuravano l'Anpi, la "Società de' borg", Chiamami Città, ONU di Rimini, e la Libreria Luisè.
Una storia di mare, di fiumane e di salvataggi miracolosi sta dietro alla venerabile immagine della Madonna della Scala e dell'omonima chiesa che sull'argine sinistro del Marecchia si erge ancora nella sua sobria veste architettonica di origine settecentesca. Tutto iniziò il 2 luglio 1610 quando uno sventurato giovane fu inghiottito col suo cavallo dal fiume in piena, e affidando le sue preghiere e il suo sguardo alla piccola madonna dipinta sul muro del torrione d'angolo che delimitava dai tempi di Pandolfo Malatesti e di suo figlio Galeotto l'ingresso del porto, fu salvato.
Il prodigio innescò una devozione popolare tra gli abitanti del borgo S.Giuliano e del porto.
Grazie alle offerte sorse una piccola cappella che accolse l'affresco miracoloso, staccato dal muro del torrione e posto sopra l'altare della celletta, per iniziativa del ‘paron' di barca Giovanni Anzi e del padre Gregorio Affini priore della chiesa di S.Giuliano. La chiesa era stata finanziata proprio "dalla marinarezza e da poveri habitatori del Borgo, capo de' quali era stato sempre Giovanni Zangi pescatore e patron di barca..". Già dal 1611 si propose l'ampliamento dell'oratorio ma si dovette attendere il 1718 anche a seguito di crolli e guasti causati dai continui straripamenti del fiume per veder realizzata la prima riedificazione della chiesa, ingrandita nella struttura e nella pianta. La chiesa entrò a far parte del patrimonio delle soppressioni napoleoniche del 1797 e passò alla nobile famiglia Martinelli che ne garantì tuttavia l'apertura al culto.
"Una parola nata fra Ausa e Marecchia". Questa la frase che ha colpito un nostro lettore, Serafino Donati. La parola in questione era "zudro", o meglio zudre, nel nostro dialetto, di cui avevamo provato a occuparci sul numero 651 di Chiamami Città. L'articolo, preso atto che l'origine del termine risultava sconosciuto, terminava con appello a chi ne sapesse qualcosa. E Serafino Donati una sua idea se l'è fatta. Se non altro perchè è nato è cresciuto proprio fra Ausa e Marecchia. Il che non significa genericamente a Rimini, ma proprio nella zona dove Ausa e Marecchia hanno finito per confluire, dopo la costruzione del deviatore che conduce il torrente al fiume e che attraversa i Paduli.
"La nostra casa - ricorda il signor Donati, che è gentilmente venuto in redazione a raccontare la sua storia - era presso il bar Filon. Che esisteva anche allora, nel dopoguerra, ma era la classica osteria, con tanto di rivendita di alimentari. E fra gli ortaggi sui banchi, facevano bella mostra i magnifici ‘meloni turchi' per cui quella zona andava famosa. Sì, perché tutta l'area, ricchissima di acqua, era coltivata ad orto. Erano proprio buoni quei meloni, tanto che da piccolo mi sono costati anche qualche bastonata, quando mi sono azzardato a sgraffignarne qualcuno a un vicino.. ma questa è un'altra storia..".
Si data al 1930, in pieno regime, un piano di intervento firmato dall'Ufficio Tecnico Comunale, e più che un risanamento sembrò prendere subito i connotati di una vera demolizione del borgo per salvaguardare l'immagine della marina e del turismo balneare. Il borgo si trovò compreso in quella forbice di strade che lo circoscrisse e condizionò: già verso la metà degli anni '30 grazie all'affermazione dell'Istituto case popolari che godeva di contributi economici governativi si avviò infatti la costruzione di edifici in via Matteotti e in via dei Mille, rinnovate arterie e nuova carta d'ingresso della città per chi proviene da nord. Ma per superare la crisi delle abitazioni è la stessa Società Anonima Case Popolari ad intervenire, predisponendo il piano regolatore del nuovo quartiere che prese il nome di Marecchia; lo fece spezzando quella unitarietà del tessuto sociale, secolarmente consolidato del vecchio e popolarissimo borgo, sovversivo e pericoloso, e soprattutto potenziale mina per il regime.
La festa del Borgo di quest'anno è dedicata al fenomeno migratorio. Si tratta di un tema, anzi di una realtà, impegnativa. A Rimini oltre l'11% della popolazione è composto da immigrati stranieri, con una prevalenza di albanesi. Sebbene Rimini sia una città accogliente, a tutti sarà capitato, qui e là, di ascoltare qualche mugugno, se non peggio, sui mutamenti dei "colori" urbani. Vari partiti politici hanno lucrato sulla "difesa" dell'italianità. Eppure non c'è scampo, che lo si voglia o no, nel futuro ci saranno più e non meno immigrati a Rimini. Ce ne saranno meno solo quando ce ne saranno così tanti che non ci accorgeremo più chi è riminese e chi non lo è. Lo saremo/saranno tutti.
In un recente articolo sul Corriere della sera, Maurizio Ferrera, ha proposto di vedere la cittadinanza più come un processo che uno status. Oggi, la cittadinanza si ottiene per nascita sul suolo del paese oppure perché uno dei genitori è cittadino (ius soli e ius sanguinis, rispettivamente). Perché, invece, non considerare la cittadinanza come un'acquisizione graduale, basata su vari fattori come il pagare le tasse, il conoscere la cultura e la lingua del paese d'adozione, l'impegno lavorativo?
Abbiamo preso dall'antologia dei migranti compilata in occasione della Festa del Borgo due personaggi, uno assai conosciuto, il secondo molto meno, ma ambedue partiti per vivere la loro vita lontano. Guido Nozzoli il grande giornalista è ritornato, Bruno Tamburini è rimasto lontano, in Australia.
Come per ogni fatto rimasto nella memoria cittadina col tempo ci colorisce e si deforma. Così accade per la "balena della Barafonda", un capodoglio che si arenò il 4 aprile del 1943 sulla spiaggia di San Giuliano Mare. Alcuni confondono la balena con un altro spiaggiamento, avvenuto in precedenza e sempre alla Barafonda di un enorme pesce-luna. Altri tramandano che il capodoglio fu ucciso dai militari perché scambiato per un sommergibile nemico. Ma cosa accadde realmente?
La versione dell'evento raccontata da Guido Lucchini in "Barafonda. Storie di gente alla buona e versi in dialetto romagnolo" è affascinante e ricca di particolari.
Prima dell'alba di quel giorno, il pescatore Pino Bignardi andò a recuperare le sue reti (cugòll) e rinvenne una massa scura che sbuffava come una "locomotiva in pressione". Era un enorme animale marino! Chiamò dunque il padre ("e' Nin") e, subito dopo i due, armati di una "resta" (lunga corda per la pesca con la tratta), legarono l'animale e la fissarono a riva ad una "stanga" (palo per la posa in mare dei cogolli).
La notizia si diffuse subito per tutta la Barafonda ed arrivarono curiosi, ma anche giornalisti, autorità civili e militari. Si decise di trascinaret il cetaceo a riva.
Uno degli angoli più pittoreschi del borgo di San Giuliano e forse di tutta Rimini è costituito dalle mura che costeggiano via Madonna della Scala, uno dei tratti meglio conservati della cerchia. In particolare, l'angolo costituito da uno dei torrioni quattrocenteschi, dalla porta Gervasona e dalla chiesa della Madonna della Scala. Purtroppo, il traffico ha ridotto quel luogo solo a un incrocio malfamato per la sua pericolosità. Ma chi avesse tempo per soffermarsi potrebbe approfondire il significato di quei reperti.
Il borgo di San Giuliano nel ‘400 si ritrovò due cinte murarie; la prima risalente al XII secolo secondo la tradizione dovute al Barbarossa; se ne vedono varie tracce, specie presso Villa Maria e l'abbazia di San Giuliano. La seconda cinta fu costruita da Galeotto Malatesta nel 1359, come annota il Clementini, "per seguire il mare, che pur anco si fuggìa.. e per poter chiudere la bocca del porto, tirandovi la catena". Dunque non per comprendere abitazioni esterne alle mura, ma un miglior controllo del porto. Infatti l'area fra le due cortine era e restò inedificata per secoli, occupata da orti e boschetti. Fu infatti detta "orto dei Cervi", una piccola riserva di caccia dei signori come ne esistevano in molte città italiane.
Dopo aver riportato a Rimini alcuni capolavori del Trecento Riminese, con opere di Giuliano da Rimini, Pietro da Rimini e Giovanni Baronzio, la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, ha recentemente acquistato presso la Galleria Altomani & Sons (Milano-Pesaro) una nuova importante opera d’arte, questa volta quattrocentesca: la cuspide di un polittico andato perduto, che rappresenta la Crocifissione, attribuita a Bitino da Faenza. Il dipinto è ora depositato al Museo della Città. L’artista faentino, di cui abbiamo oggi poche opere, è l’autore del polittico con le Storie di San Giuliano conservato presso la chiesa di San Giuliano di Rimini, datato 1409. Nell’opera si legge anche la firma dell’autore: “BITINUS FECIT HOC OPUS. FECIT FIERI DOMINUS SIMON ABBAS MONASTERII SANCTI IULIANI SUB ANNO DOMINI MILLESIMO CCC VIIII”. Ciò rende il polittico di San Giuliano l’unico dipinto autografato e datato dell’artista faentino, il che lo rende ancor più prezioso.
Gli antichi Romani apprezzavano moltissimo il pesce, mentre nel Medio Evo il suo gradimento crollò, anche per via di errate considerazioni “mediche”: i sapienti di allora ritenevano infatti che “l’umor freddo” delle creature marine fosse dannoso per l’uomo.
Ovviamente in tutte le città di mare la pesca non si arrestò. Ma si trattava attività costiera e mai d’altura, comunque regolata dagli statuti comunali e debitamente tassata. Risale al 1475 una concessione rilasciata da Roberto Malatesta a Opizzone da Ravenna per ll’appalto dei dazi del comune di Rimini tra i quali rientrava anche “il dazio del pesse da terra”. Tale imposizione era dunque indirizzata ai pescatori locali, mentre il “datio del pesse forestiero” colpiva gli “stranieri”, soprattutto di Chioggia e Burano, che pescavano nelle nostre acque e vendevano al mercato di Rimini.
L’evasione fiscale era un problema anche allora. Per agevolare la riscossione, il pescato poteva entrare in città solo da Porta Marina (o “dei Cavalieri”) e venduto esclusivamente nella piazza della Fontana (piazza Cavour). La vendita era a peso (“alle bilanze”), dopo la cernita e “purgato da vilumara, alga e altra immondizia”.
Per incentivare la produzione ittica, i “forestieri” a un certo punto furono esentati del dazio, avendo solo l’obbligo di vendere l’intero pescato sulla piazza riminese e a non altrove. Molte famiglie di Buranelli e Chioggiotti finirono per trasferirsi definitivamente a Rimini, nei borghi di San Giuliano e Marina.
A Rimini solo nella seconda metà del Seicento la pesca raggiunse dimensioni rilevanti, con l’impiego di grosse imbarcazioni d’altura sviluppate in loco (tartanoni riminesi, trabaccoli) che si recavano soprattutto nel Quarnaro. In breve la flottiglia riminese divenne fra le maggiori dello Stato della Chiesa. Il pesce veniva esportato nella maggiori città italiane grazie ad un’efficiente rete di “nevaie” per la conservazione e di corrieri veloci per il trasporto.
Il Lungofiume degli Artisti, nelle intenzioni dell’associazione Infezna, vorrebbe essere una sorta di laboratorio pronto ad accogliere ulteriori espressioni artistiche, così da rendere l’ambiente frequentato, vissuto, amato e curato da riminesi e non.
Dopo una accurata preparazione dei muri, realizzata grazie all’opera dell’artigiano Aldo Casciello, ancora oggi vari artisti coordinati da Giuliano Maroncelli realizzano murales che raccontano le storie legate al mare, che fa da sfondo alla vita di tutti i giorni.
I murales sono arricchiti da poesie dialettali di Guido Lucchini, che legano così indissolubilmente questa sorta di affreschi contemporanei alla nostra terra.
Tra i soggetti trattati spicca lo “spiaggiamento del capodoglio”, evento avvenuto realmente il 4 aprile del 1943 nella vicina piazza della Balena, al cui centro è collocata la scultura dedicata al cetaceo da Elio Morri nel 1969.
Nel murale realizzato da Enzo Maneglia si celebra invece il film Amarcord, con a corredo la celebre poesia del muratore Calzinazz (ispirata alle rime altrettanto famose di Tonino Guerra) “Mio nonno fava i mattoni, mio babbo fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me, ma la casa mia dov’è?”.
I riminesi sanno bene che San Giuliano Mare è sempre stata detta popolarmente “la Barafonda”. Ma sul perché di questo nome non c’è invece certezza. Quel che si sa è che prima della costruzione del deviatore Marecchia, completato nel 1927, l’area era quasi tutta ricoperta da paludi, soggetta a inondazioni e scarsamente abitata. In compenso era frequentatissima da nugoli di zanzare e quindi costituiva un pericoloso focolaio di malaria, che in ripetute epidemie colpì anche il Borgo San Giuliano almeno fino al 1930; ancora nel ’33 proseguivano le campagne di disinfestazione. Eppure già da un anno aveva aperto la pensione Girotti, la prima di una lunghissima serie; la seconda, nel 1934, fu la pensione Ricchi. Entrambe sono tuttora esistenti. Da allora la metamorfosi fu veloce quanto inarrestabile: man mano che venivano prosciugati gli stagni, sorgevano casette e piccole pensioni.
Tra le iniziative più interessanti dell’estate 2009 c’è sicuramente il Lungofiume degli Artisti, inaugurato il 3 luglio in occasione della Notte Rosa, cui è dedicato uno dei murales che lo compongono. L’iniziativa consiste infatti in una sorta di galleria d’arte all’aperto lungo il deviatore del Marecchia, dove i muri delle case private prospicienti alla pista ciclo-pedonale sono stati dipinti da pittori locali. Certamente un primo passo verso la riqualificazione di quest’area a lungo trascurata, e ora oggetto di attenzioni da parte dell’associazione Infezna (che in dialetto che significa immagine, segno particolare di una persona…), che si è costituita proprio con la finalità di operare per la valorizzazione e la crescita di San Giuliano Mare ( o Barafonda che dir si voglia) sotto ogni profilo: culturale, economico e sociale.
Uno dei principali problemi urbanistici che l’amministrazione Palloni (1929-33) si propose di affrontare fu l’ingresso della città per chi proveniva dalla via Emilia. Quindi, “lo sventramento (del Borgo San Giuliano) era divenuto ormai necessario non solo per ragioni sociali e igieniche ma anche per il transito, divenuto pericolosissimo con l’aumento della circolazione”.
Come l’Arco D’Augusto, il ponte romano doveva essere isolato. Soprattutto, al borgo San Giuliano andava applicato un risanamento edilizio che doveva essere anche politico, nel senso di cancellare le memorie sovversive del quartiere: “All’animo di noi fascisti tale opera appare necessaria, giusta e bella; è opera fascista, o camicie nere di Rimini, imporre il segno della nostra ricostruzione sulle rovine di quel borgo di San Giuliano che ricorda tutte le ore tristi della nostra città, che fu leggendaria barriera alle coorti fasciste, che impose alle pavide autorità di allora di sciogliere i nostri funebri accompagni di qua del ponte (…). L’opera prima ancora di essere apprezzata nel suo aspetto edilizio ed igienico, va considerata atto di prevenzione e redenzione sociale”.
Una delle dispute urbanistico-ideologiche di Rimini riguarda la distruzione del Kursaal, avvenuta nel dopoguerra per opera delle amministrazioni anti-fasciste. La demolizione assunse da subito caratteri politici: secondo la sinistra, andava eliminato il simbolo dei divertimenti “borghesi”, dando allo stesso tempo lavoro e pane alle masse dei disoccupati. Il che viene ancora oggi rinfacciato da destra, come scempio dettato dall’ottusità partitica. E’ poco noto, invece, che di abbattere il Kursaal si era parlato, e seriamente, in pieno ventennio fascista. L’intenzione era stata espressa già negli anni ’20 dall’Azienda di Soggiorno, in vista di un ampliamento in forme “grandiose”, mentre al posto delle palazzine Milano e Roma sarebbe sorto un hotel di lusso. Progetti in tal senso furono presentati nel 1933 dall’impresa romana Rocco Valenti, su disegni di De Fazio Napoli, mentre nel ’34 l’architetto Gaspare Rastrelli fu pagato dal comune per un suo progetto. Non se ne fece nulla, se non un ampliamento delle palazzine, e una sistemazione del piazzale Littorio (la rotonda del Grand Hotel) dovuti ancora una volta a Giuseppe Maioli.
Sulla figura di Giuseppe Maioli, è stata realizzata nel 2008 una mostra con tutti i suoi progetti, sia quelli per la costruzione di nuovi edifici che per i restauri di quelli lesionati dalla guerra.
Nato nel 1899, Maioli fu chiamato a lavorare nel 1919 nell’ufficio tecnico comunale come geometra applicato straordinario. Tra i suoi primi incarichi ci furono il restauro di palazzo Lettimi, la ristrutturazione dei palazzi comunali (Arengo e Podestà) con l’architetto Gaspare Rastrelli e il progetto urbanistico per la realizzazione del quartiere Anfiteatro.
Fu però durante il governo del podestà Palloni, che il giovane Maioli espresse il maggior impegno. Di grande importanza fu il suo ruolo di progettista dopo le distruzioni belliche in cui molti edifici ancora oggi visibili portano la sua firma. Morì nel 1972.
La fiera di San Giuliano era la più importante fra quelle che si svolgevano a Rimini fin dal primo medio evo. Un'altra era quella di San Gaudenzo, che si teneva nel mese di ottobre nel Borgo oggi detto di San Giovanni (anticamente San Bartolo o San Genesio), mentre nel ‘600 si tentò, con scarso successo, di lanciare una terza fiera nel Borgo Marina, dedicandola a Sant’Antonio da Padova; era inizialmente nel mese di maggio, poi in giugno.
Per quanto riguarda la fiera di San Giuliano, Cesare Clementini nel ‘600 riferiva che iniziava il 13 giugno, festa di S. Antonio da Padova, e durava fino al 22 luglio. L’area occupata dai mercanti era il borgo, ma non solo: nei “Capitoli della fiera” (1579) si parla anche della “strada reale fin’al canto della chiesa della Santissima Madonna del Giglio”, cioè il tratto del Corso dal ponte fino all’oratorio tutt’ora esistente presso la questura.
La Tarsu, tassa d’occupazione del suolo pubblico, non è certo invenzione dei giorni nostri. Già i “Capitoli della fiera” stabilivano i canoni d’affitto per le aree occupate dai mercanti. Le loro “botteghe” (oggi diremmo gli stand) erano “murate, coperte o d’asse, ossia fisse”, oltre a banchi e tavole “di marzaria e libraria e vedri”; occupavano anche il ponte di Tiberio, con strutture di legno approntate per l’occasione: ancora oggi nel travertino si notano i fori dove venivano infissi i pali di sostegno. Le baracche dovevano essere larghe “sei piedi dinanzi in testa e alte a proporzione”.
La fiera di San Giuliano visse l’apice alla fine del XVI secolo, ma dopo cento anni era già praticamente scomparsa.
La fiera di San Gaudenzo già alla metà del ‘500 non venne più convocata. Il sistema medievale di scambi nelle fiere cittadine era ormai entrato in crisi. La concorrenza di altri centri si era fatta più viva: per esempio il Duca di Urbino tentò di ripristinare la fiera di Pesaro proprio per sottrarre a Rimini il traffico della ferrareccia; ma neanche lui ebbe fortuna. L’ostilità di Venezia, gelosa del suo monopolio marittimo, non era mai venuta meno. Ma soprattutto, fu la fiera di Senigallia a fare terra bruciata delle manifestazioni limitrofe; fu infatti l’unica a resistere anche in pieno Settecento e soprattutto a costituire un fattore decisivo per l’economia locale, in quanto maggior manifestazione dello Stato Pontificio cui concorrevano mercanti di mezza Europa.
La stragrande maggioranza delle chiese presenti nella nostra città, soprattutto quelle fuori dal centro storico, sono state realizzate nell'immediato dopoguerra, contemporaneamente ai nuovi quartieri residenziali.
E' questo il caso della chiesa "della Barafonda", cioè dei SS. Giovanni e Paolo a San Giuliano Mare, realizzata con fondi dell'IFRI (Istituto fiduciario ricostruzione immobiliare) di Roma, che elaborò un progetto per la costruzione di una nuova chiesa, approvato nell'anno 1947, dopo aver superato il parere della Pontificia commissione centrale per l'arte sacra.
La prima pietra fu posata solo il 13 gennaio del 1952, anche se poi i lavori subirono una accelerazione e già il 12 ottobre di quello stesso anno la chiesa venne inaugurata.
Purtroppo, ad un solo anno dall' inaugurazione, il 23 ottobre 1953, la chiesa fu gravemente danneggiata dallo scoppio di una autocisterna precipitata dal ponte attiguo: in quel incidente morirono 5 persone e 150 persone rimasero ferite e ustionate; la chiesa rimase chiusa fino al marzo del 1955, quando venne riaperta al culto dei fedeli. L'edificio parrocchiale venne profondamente trasformato al suo interno nel 1966, per essere adeguato alle nuove norme liturgiche del Concilio Vaticano II: l'incarico di tali lavori fu affidato all'architetto Giorgio Franchini, il quale rimosse i due altari laterali, spostando al centro del presbiterio l'altare maggiore, rivolto all'assemblea dei fedeli.
All'ingresso, sotto il portico di destra, è possibile ammirare il mini-museo di oggetti riguardanti San (Padre) Pio da Petrelcina, che consistono in ricordi raccolti personalmente da Don Magnani, il quale molte volte ha potuto incontrare il Padre negli anni 1959-1968: tra gli oggetti esposti vi sono delle escare, ossia crostine di sangue cadute dalle mani di San Pio, un pezzo di stoffa intrisa di siero sanguigno del costato, una sciarpa di lana, un ciuffo di capelli, oltre ad oggetti e paramenti sacri benedetti dal Santo.
La chiesa "della Barafonda" ricevette l'intitolazione ai Santi Giovanni e Paolo "in eredità" da una antichissima chiesetta che si trovava all'angolo fra le vie Sigismondo e Soardi, distrutta dalla seconda guerra mondiale. Giovanni e Paolo non sono gli Apostoli, bensì due fratelli martiri a Roma il 26 giugno 362. Erano soldati romani al servizio di Costanza, figlia dell'imperatore Costantino. La loro passio racconta che i due fratelli sarebbero stati decapitati per ordine dell'imperatore Giuliano l'Apostata, al loro rifiuto di adorare una statua di Giove; un'esecuzione segreta, temendo la reazione del popolo che li amava. Tradizione piuttosto dubbia, poiché non si hanno prove storiche di persecuzioni cruente da parte dell'Apòstata.
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