La cuspide di Bitino

Rimini - Notizie Borgo San Giuliano - mer 24 feb 2010
di Luca Vici

 

L’ultimo acquisto della Fondazione Carim sarà presentato il 27 febbraio

A Rimini un’altra opera dell’autore del polittico di San Giuliano

Dopo aver riportato a Rimini alcuni capolavori del Trecento Riminese, con opere di Giuliano da Rimini, Pietro da Rimini e Giovanni Baronzio, la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, ha recentemente acquistato presso la Galleria Altomani & Sons (Milano-Pesaro) una nuova importante opera d’arte, questa volta quattrocentesca: la cuspide di un polittico andato perduto, che rappresenta la Crocifissione, attribuita a Bitino da Faenza. Il dipinto è ora depositato al Museo della Città. L’artista faentino, di cui abbiamo oggi poche opere, è l’autore del polittico con le Storie di San Giuliano conservato presso la chiesa di San Giuliano di Rimini, datato 1409. Nell’opera si legge anche la firma dell’autore: “BITINUS FECIT HOC OPUS. FECIT FIERI DOMINUS SIMON ABBAS MONASTERII SANCTI IULIANI SUB ANNO DOMINI MILLESIMO CCC VIIII”. Ciò rende il polittico di San Giuliano l’unico dipinto autografato e datato dell’artista faentino, il che lo rende ancor più prezioso. La pittura di Bitino risente delle varie correnti tardo-gotiche della cultura emiliana e veneta a cavallo tra i secoli XIV e XV, pur rimanendo ancorato a quella tradizione pittorica della fascia adriatica, e nella fattispecie alla Scuola Riminese del Trecento, che si era praticamente esaurita mezzo secolo prima a causa della peste. Nella cuspide con la Crocifissione, dallo sfondo dorato, è da notare il corpo di Cristo rappresentato in maniera assai naturalistica, come ormai già da un secolo voleva la lezione di Giotto. Al centro della raffigurazione, in basso, è possibile scorgere la Maddalena che abbraccia la croce, con i capelli fulvi e il manto rosso acceso; le figure femminili sono rappresentate alla destra della croce , quelle maschili alla sinistra. La Fondazione Cassa di Risparmio presenterà la Crocifissione di Bitino da Faenza il 27 febbraio alle ore 17 nella Sala del Giudizio del Museo della Città. Dopo i saluti del sindaco Ravaioli e del presidente della Fondazione Alfredo Aureli, interverranno Anna Tambini e Alessandro Giovanardi.

Fonti: Oreste Delucca, Artisti a Rimini fra Gotico e Rinascimento; Alessandro Giovanardi, L’arco 2009 secondo e terzo quadrimestre.

 

Una vita di cui sappiamo poco

L’artista faentino possedette a Rimini almeno tre case

Se si eccettua la menzione di un “magistro Bitino q. Gure olim de Faventia, documentato nel borgo di San Giuliano durante gli anni 1359-1369 e verosimilmente solo un omonimo del pittore, Bitino da Faenza è segnalato per la prima volta dai documenti il 12 novembre 1398, quando riceve la dote della futura sposa Agata, figlia del maestro di scuola Benedetto.

Bitino, sempre secondo questo atto, si era trasferito di recente dalla natia Faenza, e abitava nella contrada di Sant’Innocenza (oggi via 4 Novembre).

Risultano poi proprietà altre immobiliari a lui intestate: in una carte dell’aprile 1409 è ne è citata una nella contrada di Sant’Agnese (via Garibaldi); di una seconda casa presso SS. Giovanni e Paolo (angolo via Sigismondo.via Soardi) si fa cenno in un’atto del 6 aprile 1408.

Il padre di Bitino, che si chiamava Francesco, era un artigiano qualificato, anche se non sappiamo se fosse anch’egli un pittore.

L’ultima fonte che segnala il pittore vivente risale all’11 aprile 1415; l’artista vi è menzionato nel ruolo di testimone. In due atti del 1427 il pittore è menzionato come defunto. Bitino ebbe due figli maschi (Ambrogio e Bitino), e una femmina (Taddea).

 

 

L’Albero della Vita e il Pellicano

Nella cuspide di Bitino si notano le somiglianze con i maestri riminesi del Trecento, sebbene l’artista faentino si distingua dal punto di vista iconografico per una croce rappresentata come Arbor Vitae su cui capeggia il nido del pellicano, simbolo eucaristico.

L’identità figurativa tra la croce e l’Arbor vitae (l’albero della vita), rappresenta la figura dell’Axis Mundi, ossia della scala metafisica che pone in comunione tutti i piani dell’essere: gli inferi (le radici), la terra (il fusto), e il cielo (la cima), ossia i morti, i mortali e gli immortali.

Il pellicano, invece, simboleggiava la risurrezione, in quanto i bestiari cristiani lo descrivevano come uccello che uccideva i suoi piccoli rei di averlo ferito al volto con una beccata in cerca di cibo. Successivamente, i genitori pentiti di ciò che avevano fatto li piangevano per tre giorni fino a squarciarsi il petto per farli resuscitare grazie al sangue vivificante.


 

 

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