Quanto vale per noi Fellini?
La crisi della Fondazione
Il terzo italiano più conosciuto al mondo è una risorsa finora inutilizzata
Irrompe nel sonnacchioso mondo culturale riminese il dissesto della Fondazione Fellini (220 mila euro di deficit nel 2009 e 582 mila di debiti pregressi, ma la cifra continua a ballare) con le dimissioni del vicepresidente Giuseppe Chicchi. C'è un dato interessante: nessuno si è chiesto la percentuale di perdita sul fatturato. Già questo la dice lunga sulla difficoltà ad inquadrare il problema. Poi, una girandola di opinioni più o meno altisonanti che parlano dei necessari investimenti. Ma con quali soldi? Per tutti, è ovvio, è il pubblico che deve investire di più. Proviamo a dipanare la matassa delle responsabilità: i sindaci revisori precedenti si sono dimessi, i nuovi non hanno controfirmato il bilancio. Qui esiste una responsabilità precisa del consiglio d'amministrazione, che ha pieni poteri dovendo votare i documenti contabili. Se li ha approvati si è preso le sue responsabilità e per questo motivo va azzerato. Questo è compito dell'assemblea dei soci. Il direttore Vittorio Boarini ha svolto un lavoro prezioso nel recupero del materiale del Maestro e nella impostazione filologica della Associazione Fondazione Fellini. Ma a Boarini non si può chiedere di stare chinato sui conti, né una visione manageriale del progetto. Non è nel suo DNA, probabilmente neppure nei suoi interessi. E qui arriviamo al secondo nocciolo del problema: chi riveste il ruolo gestionale se l'Associazione ha addirittura perso l'opportunità di essere una onlus? Probabilmente addirittura l'aspetto amministrativo era inadeguato, insomma uomini giusti nei posti giusti, perché tutti sappiamo il destino che tocca a chi schiera i centravanti come difensori. In questo senso la vicenda delle statuette degli Oscar e dei disegni del Maestro è grottesca. La nipote di Fellini, Francesca Fabbri, si dimette dalla Fondazione dopo una querelle legata all'aumento dell'affitto della sede dell'Associazione (e qui il comune fa benissimo a trovare una sede ugualmente dignitosa in via Nigra) dopo di che la Fabbri intima all'Associazione di non usare più il materiale di Fellini che ha regolarmente acquistato (?!?!), si porta via la biblioteca ed in un secondo momento addirittura si rimpossessa delle statuette degli Oscar custoditi in una cassetta di sicurezza con chiavi comuni (?!?!). Ancora una volta la definizione della proprietà dei marchi e del materiale conservato è elemento prioritario per un soggetto come l'Associazione Fondazione Fellini senza il quale questa ha pochi motivi di esistere. Federico Fellini è il terzo italiano più conosciuto al mondo dopo Cristoforo Colombo e Galileo Galilei, più di Leonardo da Vinci e più di Michelangelo Buonarroti. Per mia esperienza diretta, è un viatico per qualunque operazione di comunicazione all'estero in particolare extra europea (sono andato per lavoro molte volte negli Stati Uniti e per spiegare cosa era Rimini dovevo per forza abbinarla al nome di Fellini). Dunque, qui va presa una decisione non di tipo culturale - ci si augura che a Rimini non sia neppure in discussione se valorizzare Fellini o no - ma nel campo del marketing: usiamo o no il nome del maestro per pubblicizzare Rimini nel mondo? Se vogliamo operare in questa direzione le risorse umane presenti nell'Associazione Fondazione Fellini sono per curriculum assolutamente inadeguate. Nessuno negli organici si occupa di marketing, merchandising e simili. Nessuno, fra i tanti che hanno voluto dire la loro, pare preoccuparsi di questo aspetto. Eppure il nome del regista è il più formidabile mezzo comunicativo della nostra provincia. Vogliamo iniziare a rifletterci seriamente?
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