Silvio Canini, dal SI Fest al mondo
Il quotato artista bellariese racconta l’evoluzione del mondo della fotografia
Nella sua bacheca trovano posto una serie di successi e collaborazioni importanti
“C’è tutto un feticismo che dilaga a proposito della tecnica fotografica: essa deve essere unicamente creata e adattata per realizzare una visione; diventa importante solo se riusciamo a dominarla per farle rendere ciò che l’occhio vede” scriveva il maestro francese Henri Cartier-Bresson, l’occhio del secolo. Oggi, dopo l’avvento-rivoluzione del digitale, la fotografia ha preso traiettorie diverse: abbandonata quasi del tutto la pellicola, i pixel e i prezzi “hanno reso molto democratica - come ha spiegato Mario Cresci – questa forma d’arte”. Ma se la fotografia non è una battaglia a colpi di file e megapixel – è innanzitutto occhio, è, come disse HCB, “ mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l'occhio” – è di certo interessante sapere dove punta l’obiettivo.
Un obiettivo spesso aperto in Romagna: dal SI Fest di Savignano all’humus che ruota attorno a Mario Beltrambini – grande appassionato di pinhole (o stenopeica) - la fotografia locale ha una sua anima. Come quella di Silvio Canini, fotografo di Bellaria: nella sua bacheca una serie di prestigiosi riconoscimenti ottenuti al SI Fest (“portfolio in piazza”, 1996 e 2005) e in Croazia (primo premio al “Mundial photo festival” a Rovigno) e una serie di importanti collaborazioni che lo hanno visto impegnato con Michele Santoro in “Annozero” (2006) e con la storica agenzia Grazia Neri.
Silvio Canini, come un novello Virgilio, racconta la temperatura corporea della fotografia.
Esiste ancora oggi la professione di fotografo?
“Sotto il profilo del ‘negozio locale’ è quasi scomparsa, a parte qualche realtà isolata e consolidata. Con l’avvento del digitale, si stampa molto meno. I pixel hanno avuto ripercussioni anche sulla professione: oggi esistono miliardi di fotografi. Ogni evento che accade nel mondo viene documentato all’istante: basta un semplice telefono cellulare. E internet, che fa rimbalzare le immagini”.
Si può parlare di un ‘mercato’ delle fotografie?
“In Italia è molto basso, quasi inesistente. In Europa invece è un mercato piuttosto diffuso: Francia e Germania, ad esempio, sono due Paesi molto sensibili. In Italia è difficile ‘acquistare’ le fotografie. Negli USA invece la fotografia è molto considerata: gli scatti hanno ‘mercato’, ed i prezzi non sono elevatissimi, anche per quel che riguarda le opere di artisti conosciuti”.
Ha avuto un maestro?
“Nei molto workshop organizzati a Savignano durante il SI Fest ho avuto modo di conoscere Mario Cresci (fotografo, artista e visual designer, ndr), che mi ha insegnato il ‘progetto’. Dagli scatti di David Hamilton (uno dei più grandi fotografi contemporanei: nei primi anni ’80 i suoi lavori sui corpi nudi degli adolescenti hanno fatto scuola, ndr) ho imparato l’estetica. Ammiro e apprezzo moltissimo Nino Migliori: ha 83 anni ma è il più giovane di tutti”.
Quali sono stati i suoi primi passi?
“Nei primi anni ’80, per tre stagioni, ho lavorato al mare come ‘scattino’. Poi ho immortalato le discoteche, i concerti: ricordo ancora quello dei Rolling Stones”.
Espone? Dove?
“Ho all’attivo quattro pubblicazioni. Nel 1998 per esempio è uscito ‘We are open’, un reportage su New York, molto ‘panoramico’. Un modo di scattare molto fresco. Con la Holga invece ho lavorato su ‘Venditori d’ombra’, una serie di scatti effettuati al mare molto ‘lunghi’. Nel senso che una foto poteva durare anche due o tre ore”.
Il 13 febbraio a Castel Frontone, vicino a Cagli, Silvio Canini esporrà ‘Mare di silenzio’ e ‘Venditori d’ombra’. Tra qualche mese a Bellaria, all’interno del suo spazio espositivo “36A spazio gallery”, l’artista ospiterà alcuni disegni di Cesare Padovani. Info silviocanini.it
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