La fiaba tecnologica della Socģetas Raffaello Sanzio

CESENA - Notizie cultura - mer 10 feb 2010
di Carlotta Frenquellucci

Intervista a Chiara Guidi, co-fondatrice e anima della compagnia

L’ultima volta che vidi mio padre” dramma musicale animato al Comandini di Cesena

Prendete la co-fondatrice ed anima della Socìetas Raffaello Sanzio, Chiara Guidi; aggiungete tre disegnatori che declinano l'animazione con stili differenti (Magda Guidi, Sergio Gutierrez e Andrea Petrucci) e tre interpreti scelte per anni e per regioni per il loro particolare timbro vocalico (Alessia Malusà, Sara Masotti, Federica Rocchi); ed infine, miscelate il tutto con le musiche originali di un demiurgo del suono unico nel suo genere, Scott Gibbons. Il risultato, sorprendente, è L'ultima volta che vidi mio padre, dramma musicale animato in cui interagiscono linguaggio grafico, vocale e musicale. Il disegno animato, la rilettura tecnologica di una fiaba, la memoria della figura paterna fra squarci di luce e bui, fra rimozioni, simbologia psicanalitica e lontane eco di un passato che torna a farsi memoria e incarnazione. L'ultima volta che vidi mio padre, punto di partenza importante per la ricerca teatrale e nuovo fiore all'occhiello della Socìetas, verrà messo in scena dal 18 al 24 febbraio al Teatro Comandini di Cesena.

All'ideatrice Chiara Guidi chiediamo come è nata l'idea del progetto.

Non so disegnare. Circa un anno fa ho desiderato incontrare tre disegnatori e il loro tratto mi ha permesso di intravedere nelle loro opere altre forme che apparentemente non c’erano. Volevo vedere la storia attraverso un percorso di scivolate e risalite, passaggi e interruzioni, salti e parallelismi, una storia che appare nello schermo per poi volgersi e sparire nella voce e nel suono, per poi riapparire nel disegno, seguendo una grammatica emotiva ondulatoria».

Dunque quali sono state le tappe che hanno portato alla realizzazione de L'ultima volta che vidi mio padre?

È un lavoro particolare perché ha seguito un processo a ritroso. Migliaia di disegni sono il punto di avvio di L'ultima volta che vidi mio padre, e un disegno animato è posto al centro del palco. La sfida è stata dare voce a un cartone animato con la tecnica del teatro e trovare una trama man mano che il cartone cresce. Ho seguito le suggestioni del disegno. La musica nasce ispirata solo da se stessa e, anche se non c’è una storia, emoziona. Nei laboratori di ricerca vocale che ho condotto in diverse città ho raccolto i timbri e i toni adatti a delineare precisamente l’affetto di alcune parole, scelte in relazione al furore del tratto del disegno, al silenzio di una postura. Ho raccolto le voci ad una ad una, e solo alcune di queste sono uscite dal loro isolamento per innervarsi nell’animazione. Scott Gibbons ha montato insieme i suoni di queste registrazioni e ha creato musiche originali. Ad interagire sono voci, suoni, immagini: il significato finale è affidato ai sensi».

A cosa rimanda il titolo dell'opera?

«Il titolo in realtà rimanda già a una storia. La morte del padre è il momento in cui precipita la storia. La sensazione emotiva e l’empatia che si prova per questo evento rappresenta l’acmè della piece. Il momento doloroso del distacco dall’infanzia riporta alla struttura della fabula».

Lo scorso anno è stata direttrice artistica del Festival di Santarcangelo: che cosa ha rappresentato per lei questa esperienza e cosa si sentirebbe di consigliare al suo "successore" Enrico Casagrande/Motus?

«Il Festival di Santarcangelo ha rappresentato soprattutto un’esperienza artistica per me e non tanto organizzativa quindi mi ha permesso di applicare al festival la stessa linea compositiva con cui costruisco gli spettacoli. Enrico Casagrande seguirà il mio stesso iter portando la sua linea compositiva al festival, dunque non posso che consigliargli ciò che io stesso mi sono imposta lo scorso anno: di essere quanto più fedele possibile alla sua essenza».

 

 

 

 

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