La fusaja: romagnola o romana?

RIMINI - Notizie cultura - mer 10 feb 2010
di Stefano Cicchetti

Le nostre parole

Da millenni non può mai mancare nelle veglie e nelle osterie

«Fu una vita selvaggia, allegra e guitta, e un'educazione a tutti i trucchi e tutti i funambolismi davanti al pubblico, che magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch' er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore». Così Ettore Petrolini nel suo libro “Bravo! Grazie!!” dove rievoca gli anni della gavetta.

Anche oggi è così: se parlate con un romano de’ Roma, quando nominerà le fusaje, oltre ad aprirsigli er core, si sentirà in obbligo di tradurre quel termine, tanto lo sente suo. Del resto il lupino è davvero parte fondante nella storia dell’Urbe. Apprezzato in tutto il mediterraneo (nelle piramidi se ne sono ritrovati semi risalenti al 2000 a.C.) a Roma era uno degli ingredienti principali della dieta quotidiana. Se ne facevano soprattutto focacce, insaporite, da chi se o poteva permettere, con il garum, la salsa di interiora di pesce di una prelibatezza per noi incomprensibile.

Non solo: i condottieri nel giorno del trionfo lanciavano alle folle manciate di lupini ben più generose rispetto ai celebratissimi donativi in denaro. Lo stesso facevano i candidati nei giorni di elezioni. Pertanto, o il voto di scambio allora si accontentava di poco, o i Quiriti assegnavano ai lupini un valore davvero alto. L’associare i lupini ai soldi era comunque una costante, tant’è vero che i bambini e gli attori li usavano come finte monete.

Quanto alla fusaja, cioè il lupini salati in ammollo, per quanto alimento popolarissimo, compare già nella più aulica delle sedi almeno fin dal ‘400: l’infusaglia dolce è lodata nel “Cantor Domini Nostre Pape”, composizione attribuita a quel celebre Magister Zacharias che fu cantore di papa Martino V. « Romae lupinos in aqua infusos Infusaglia, seu Fusaglia vulgus appellat», annotano nel 1677 Carlo e Domenico Magri nel loro “Hierolexicon sive sacrum dictionarium». E nel 1840 il letterato Enrico Mayer, fra le “Grida degli ambulanti romani” che trascrisse mentre era prigioniero a Castel Sant’Angelo, riporta «Infusaglia dolce, chi vuol infarfagli
assai ne vendo a sbirri et a canagli!».

Questa insistenza sulla “dolcezza” della migliore fusaja si spiega chiaramente con la proverbiale amarezza che invece contraddistingue il frutto del lupino. Secondo Plinio e Isidoro, il nome stesso deriva dal greco "lypè" che sta per “amaro, triste, doloroso”. Un gusto che solo l’acqua salata può lenire, oltre che diluire gli alcaloidi velenosi di cui la pianta è ricca. Sostanze comunque anche utili, tanto che sono impiegate per curare il diabete. Un’altra etimologia fa invece derivare il lupino da “lupo”, per la voracità con cui “divora” le piante circostanti.

Ma tornando alla fusaja, i romani si sbagliano: è ben nota con questo nome anche a Napoli e giù fino a Catania e Brindisi. Mentre risalendo a settentrione la faccenda si ingarbuglia: già a Terni la parola serve a designare non solo i lupini salati, ma anche “granaglie miste, ragazzaglia”.

Lo stesso avviene da noi, come scrive Gilberto Casadio nel suo “Vocabolario etimologico romagnolo”: «Fusaja: lupini macerati in acqua e sale e più in generale “l’insieme di lupini, semi di zucca, fave e ceci arrostiti” (Quondamatteo). Da un neutro plurale latino *infusalia ‘cose messe a mollo’, derivato, con il suffisso collettvo -alia, da infusu, participio passato di infundere ‘versare, ammollare’». Vista l’etimologia, si conferma la romanità della parola, visto che solo procedendo verso nord il suo significato si ampia.

Casadio cita anche un altro tipo di fusaja, questa davvero dolce: «“Berlingozzi, bastoncelli. Pastume fatto con farina, zucchero, anici, e cotto nel forno” (Morri). Quasi sicuramente da fuso, per la forma allargata al centro». Nessun rapporto etimologico con l’altra voce, sostiene Casadio. Se non che nell’alto Casentino e a Marradi, a un tiro di schioppo dalla Faenza di Morri, esistono le “fusaie delle monache”, biscotti secchi non a forma di fuso, ma rotondi proprio come i lupini; sono bianchi, o rossi se bagnati con l’alchermes, e tradizionalmente erano preparati dalla suore domenicane per la ricorrenza dei Morti e durante la Quaresima.

 

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