Primarie, indietro non si torna
Se davvero vogliamo imparare dall’America
La crisi del PD può essere veramente la nascita di un partito democratico
Le primarie del PD finora hanno avuto una strana caratteristica, che non si ritrova negli USA: c'è un candidato dell'apparato che si scontra con candidati della base o dei simpatizzanti o addirittura di partitini entrati nel PD. Se il partito-apparato ha un candidato forte, questi non ha veri avversari, come Bersani per la segreteria, e le primarie sono percepite come inutili. Se invece perde, si parla ovviamente di sconfitta del partito. Questo modello -sicuramente temporaneo - è poco vantaggioso, perché il cosiddetto partito, se impone il suo candidato appare non democratico perché si sapeva già l'esito delle elezioni; se il suo candidato invece perde il partito appare sconfitto. La scelta è quindi tra apparire autoritari o perdenti. Non è un granché.
Negli USA non c'è un candidato del Partito Repubblicano o Democratico che si presenta alle primarie del partito sfidando gli altri.
Questo accade perché il partito-apparato si sta sfaldando, ma non vuole cedere la direzione. In questo modo non fa che ritardare la sua fine. Purtroppo ormai è fatta. Se il PD cancella le primarie, o le trasforma in un meccanismo che consente all'apparato di vincere sempre, perde la base e altro elettorato. Sento ora su Radio 3 una sfilza di esperti che dichiarano “Le primarie non sono fatte per l'Italia”. Se questa è la linea, il PD sarà macinato dal PDL, prima o poi, anche nelle sue roccaforti.
Le primarie sono né più né meno che la democrazia.
La democrazia è spesso caotica, ribollente e arruffata, proprio perché così è la gente che apprende e si appropria della democrazia. Elogiamo tanto l'India, ma la democrazia indiana è proprio questo: un enorme calderone ribollente, nel quale violenza, corruzione e intrighi si mescolano a nobiltà d'animo, fede e passione politica.
D'altra parte, il partito comunista era l'antitesi della democrazia, non si può pensare che lo stesso apparato che dirigeva quel partito possa accettare le perdita di controllo che la democrazia comporta. Persone come D'Alema, Bersani, Fassino, per quanto capaci e intelligenti, non potranno mai in tempi brevi arrivare alla forma mentale di un dirigente del partito Democratico o Repubblicano americano, che non pensa a come far diventare candidato alla presidenza o al governatorato sé stesso o un suo protetto, ma si chiede quale nuovo giovane leader, al momento magari un semi-sconosciuto sindaco o un rampante governatore di un piccolo stato o addirittura uno sconosciuto avvocato di provincia, sarà selezionato dalle primarie e diventerà uno dei pochissimi che corrono per la vittoria. Avere leader giovani e nuovi non significa affatto ridurre il partito all'effimero. Nei partiti americani vi sono uomini di apparato che restano attivi per decenni. L'esperienza è sempre utile. Ma per vincere le elezioni ci vogliono candidati forti, dinamici, carismatici, non vecchie volpi del Parlamento.
Questa fiducia nella democrazia come sistema, sempre e comunque, è difficile da raggiungere. Eppure, nella mia esperienza personale, limitata a gruppi di lavoro, didattica e corsi di laurea, ho potuto verificare che l'atto di eleggere un rappresentante crea un rapporto unico tra gli eletti e gli elettori. La persona eletta è una persona come te, ma sei tu che ne hai fatto il capo. E quando avrà terminato il mandato, sarà di nuovo uno come te. E anche tu puoi essere eletto. “Ognuno di voi” - dicono i maestri di scuola ai bambini americani - “potrà essere il presidente degli Stati Uniti.” Questa è la democrazia, nient'altro. Noi, oggi, non possiamo ancora dire ai nostri scolari “Ognuno di voi potrà essere il Presidente del Consiglio.” Non perché non sia vero. E' assolutamente possibile che una bambina che oggi fa la prima elementare, figlia di immigrati, nel 2060 sia presidente del Consiglio. Semplicemente non ci crediamo.
Lo ho scritto tante volte. Spero che la sinistra non torni indietro. La perdita del controllo degli apparati sulla base è semplicemente la democrazia. Nessuna organizzazione può essere meglio dei suoi membri. Il massimo che può fare è cercare, tra essi, di selezionare i migliori. E i migliori sono quelli che riescono a farsi scegliere dal maggior numero di persone.
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