Il mistero dell’ammasso ferroso
Enigmi viserbesi
La bomba non c’era, i dubbi restano
Cosa significa «un ammasso ferroso»? Cari organi di stampa, non potete lasciarci nell’incertezza sulla natura dell’oggetto misterioso rinvenuto nel sottosuolo di Viserba. Okay, non era una bomba, e questa è già una notizia, visto che grazie al generoso impegno profuso da Alleati e alleati di Mussolini, noi riminesi camminiamo su una specie di panettone con ordigni bellici al posto di uvette e canditi, e basta scavare per trovare una Bella Addormentata esplosiva, pronta a svegliarsi al bacio troppo energico di una ruspa. Ma se non è una bomba, l’”ammasso ferroso” di via Morri cos’è?
La perifrasi è troppo vaga per soddisfare la curiosità del pubblico. Può significare tutto e nulla, e autorizza le ipotesi più varie. Potrebbe essere, che so, un’armatura medievale. Magari un cavaliere dei secoli bui, stanco di guerra, voleva sbarazzarsi di una tenuta diventata troppo pesante. O, più probabilmente, gliel’aveva seppellita sua moglie di nascosto, per impedirgli di ripartire per altre imprese. «Cara, devo partire per le Crociate, hai visto la mia armatura?» «No, amore, sei sicuro di non averla dimenticata in piazza dopo l’ultimo giudizio di Dio?» «Ma se l’ho riportata a casa ieri dal carrozziere! E ora come faccio a partire senza armatura? Con cosa respingo le lance dei Saraceni, con la cintura del dottor Gibaud?» «E sù, pucci, parti la prossima settimana. Domani cominciano i saldi da Decathlon, e se compri due corazze, hai l’elmo gratis. Facciamoci un giro insieme, così mi prendo una cintura di castità nuova, di quelle col telecomando.»
E se l’«ammasso ferroso» fosse il tesoro del pirata Buzzicone, il leggendario bucaniere italo-saraceno che imperversava nell’Adriatico, che seppellì a Viserba il suo forziere colmo di dobloni razziati perché con la nave non riusciva a raggiungere San Marino? Va bene, ora la fantasia ci sta prendendo la mano. Del resto non è detto che la ferraglia viserbese risalga a un passato così lontano. Potrebbe anche trattarsi di un assortimento di pentole sotterrate durante una delle raccolte «Oro e ferro alla patria» promosse dal fascismo intorno al 1940. Finché si trattava di sacrificare fedi nuziali, cancellate e telai di biciclette, le arzdore riminesi potevano anche starci, ma le padelle no. Non quelle buone, almeno. Quelle bisognava seppellirle nottetempo, e lasciare al fascio solo le teglie più arrugginite. Il problema, però, era recuperarle senza insospettire il vicinato, occhiuto e pronto alla delazione, allora come oggi. Usarle e riseppellirle dopo ogni uso diventava complicato, così le pentole rimasero lì, tanto con il razionamento non c’era più niente da metterci dentro.
D’accordo, anche questa ricostruzione è troppo pittoresca. L’ammasso ferroso potrebbe essere ancora più recente, e allora non restano che due possibilità. O è il famoso Ufo avvistato sulla costa riminese nell’estate del 1976, abbandonato dagli alieni che non riuscivano a trovare un elettrauto. O è una Fiat Duna, occultata dal proprietario verso la fine degli anni Ottanta perché anche lo sfasciacarrozze si rifiutava di averci a che fare.
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