Il Praticabile dei misteri

Rimini - Notizie Borgo Sant'Andrea - mer 27 gen 2010
di Annamaria Bernucci

 

La Rimini sotterranea fra leggende e realtà

Esiste ancora la galleria che collega la fontana della Pigna alla sorgente di via Dario Campana

Forse i vecchi riminesi lo ricordano ancora, ma certo i più ci passano e magari ci parcheggiano l’auto sopra senza avere la minima idea della sua esistenza. E’ la galleria che da piazza Cavour si allunga verso piazza Malatesta e la circonvallazione a tre metri di profondità: l’antico Praticabile costruito attorno al 1840 in coincidenza con lavori di ristrutturazione delle vecchie condutture dell’acqua che dalla sorgente di via Condotti (l’attuale via Dario Campana) giungevano alle mura urbane (a ridosso delle quali doveva esistere una ‘piscina’ ossia un serbatoio), per proseguire, attraverso via Poletti, con derivazioni in fistole di piombo, alla fontana “della pigna”, all’abbeveratoio e alle fontanine della pescheria.

Insomma una galleria sotterranea, dalla tipica architettura ipogea, in laterizi e volta a botte, alta un metro e ottanta, ancora agibile per almeno una sessantina di metri. Ma il Praticabile ha anche alimentato dicerie e racconti sinistri. Come quello di un suo collegamento con la miriade di grotte tufacee di Covignano, con un’entrata segreta proprio dalla base della Fontana.

La leggenda più diffusa è quella dei Frati Bianchi, gli innocui monaci olivetani dal saio bianco dell’abbazia di S. Maria di Scolca, a San Fortunato. Monaci che furono certo ricchi ed alteri, ma che la voce popolare - forse innestandosi su detti ancora più antichi riguardo altri “frati bianchi”, i Templari - ritenne addirittura artefici di “riti cruenti e blasfemi”. Soprattutto, presunti rapitori di fanciulle che nottetempo e imprudentemente avevano in sorte l’attraversamento della piazza della fontana. In una delle grotte dei frati ci sarebbe anche un tesoro maledetto, frutto dei loro crimini.

Storie in cui riecheggiano ricordi o fantasie di perduti acquedotti romani, assieme alle dicerie sui passaggi segreti di Castel Sismondo, sul reticolo di grotte a Covignano e su altri cunicoli, che certamente esistevano in città per essere utilizzate in caso di assedio, per la fuga come per le sortite.

I racconti popolari, nutriti dal passaparola e da temerarie incursioni dei ragazzi all’interno del Praticabile almeno sino agli ’30 e ’40, hanno così rappresentato l’ancestrale legame della città con il suo colle, sede dei riti più remoti, e4 con il magico mondo sotterraneo.

Un bravo fontaniere

Innocenzo Mussoni, che amava le acque della sua città

Forse era anziano, alla fine della sua lunga stagione lavorativa. L’incerta firma con cui è autografato nel giugno del 1868 il prezioso quanto puntuale Promemoria pratico, indirizzato al Sindaco di Rimini, dotato di osservazioni storiche e tecniche sulle condotte e la sorgente, sulle origini dell'acqua e degli acquedotti a Rimini, fa riscoprire la temperanza del fontaniere Innocenzo Mussoni, redattore e ispiratore di quella memoria. Forse, di più, ne rivela, la sensibilità di onesto artigiano e manutentore per una corretta conservazione di quell’acquedotto. Come quando ricorda che “gli antichi nostri padri della patria pensarono di erigere l'attuale nostra fontana con una conduttura tutta in pietra... collocandola in due cadenti tutta sotto terra per difenderla dai rigori delle stagioni, perchè somministri acqua perennemente vergine e naturale”.

Ma aggiunge anche altre considerazioni che la dicono lunga sul suo intendere il significato delle risorse naturali. Il suo testamento morale. Quando scrive delle “tante scaturigini sulla terra lungo il suo cammino sotterraneo e tutte delle stesse acque tanto sublimi e così vergini ci fa considerare essere questa una delle prime provvidenze della natura perché senza acqua non possono vivere gli esseri sulla terra”.

La botta dell’acqua

Era detta “La botta dell’acqua” la sorgente che per secoli ha alimentato la Fontana della piazza e quindi la città. Conserva l’aspetto architettonico datole nel 1870 dall'ingegnere Gaetano Urbani, vale a dire le forme di un’edicola poligonale con una copertura piramidale e cuspidata; ma l’edificio doveva essere più antico e antichissima la ‘scaturigine’, utilizzata quasi certamente già dai romani. In effetti nella strada “dei Condotti”, come è citata in tutta la cartografia medioevale e moderna, nel tratto che va da via Dario Campana alla piazza Cavour, sono stati trovati tratti di conduttura in pietra: l’acqua che contenevano era quella della preziosissima sorgente, le cui cannelle hanno dissetato i riminesi sino alla nascita dell’acquedotto comunale, realizzato solo nel 1908 e dotato di allacciature ai privati quattro anni dopo.

 

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