Noi che diciamo amarcord tutti i giorni

RIMINI - Notizie primo piano - mer 27 gen 2010
di Stefano Cicchetti

E intanto per Il Giornale Fellini è "una barba"
Ecco perché non possiamo capire il più grande riminese del ‘900

Con due articoli su "Il Giornale", Massino Bertarelli ci informa che "Arriva Nine, ma ‘8 e ½' era una barba" e che "Se Fellini ti annoia sei ignorante. E di destra". Quest'ultimo si conclude così: "Mi affido a un lapidario commento a 8 e 1/2 firmato nientepopodimenoche da Alberto Arbasino: «La masturbazione di un genio». Mi dichiaro d'accordo perfino io. Almeno sulla prima parte". 

E con ciò gli Oscar, il box office e l'unanimità della critica mondiale sono sistemati. Ma tutto ciò non ci riguarda. Noi riminesi crediamo di essere gli unici a capire Fellini. E quindi non capiamo come mai il riminese più famoso del secolo scorso possa essere amato - Bertarelli a parte - dai romani e dai milanesi, per non parlare di americani e giapponesi.
In realtà, noi siamo i meno adatti per apprezzarlo. E così è stato, almeno finché il Maestro era in vita. Adesso sì, Fellini dà il nome a vini e osterie, hotel e pacchetti turistici, a una Fondazione, una piazza, una scuola, un aeroporto. Il valzer di Amarcord è l'inno civico che strappa lacrimoni ad ogni esecuzione. Ma quando di Fellini uscivano i film, molti riminesi scuotevano il capo. Soprattutto proprio di fronte alle opere più autobiografiche: I vitelloni, Otto e 1/2, Roma, Amarcord. Ma come, i vitelloni sul Tirreno?  La piazza di Amarcord modellata su quella di Fano? Quei dialoghi con gli accenti  regionali da stereotipo  - salvo in Roma e 8 e 1/2 - quando lo stesso Fellini non aveva mai smesso l'inconfondibile gnola riminese? La Gradisca un soprannome da alcova, quando la Morri così si chiamava all'anagrafe? Lei minacciò querele, lui non capì: non era contenta di passare alla storia come amante di un'altezza reale?
Fra Fellini e Rimini fu insomma una lunga di incomprensioni. Perchè la Saraghina, il motociclista Scurèzza, il cantastorie cieco Susanna, il mostro marino sulla spiaggia, il nevone e la palata e la fogheraccia e le manine, per noi sono reali e non potremo mai capire come possano essere attribuite alla "creatività del Maestro".
Il funerale della mamma di Titta si deve fermare ad un passaggio a livello forse in omaggio a chissà quale archetipo junghiano, ma certamente perché a Rimini, prima che ci fosse un sottopassaggio, succedeva così. E solo un riminese può commuoversi alle lacrime nel sentire il padre, anzi il babbo, urlare a Titta "At'amazz! At zac la testa! Anzi amamazz ma me!". Solo noi sappiamo l'amore di quelle parole.
Gli altri, "i forestieri", al massimo possono ridere della gag. Oppure esibirsi in improbabili esegesi. Come l'autorevole critico d'oltralpe che traduce Amarcord con "io mi invento". Cosa possiamo capire noi che diciamo am'arcord tutti i giorni? Non è solo invidia - "Fellini? Quel patàca che faceva le caricature? Ma se andava a scuola con mio zio!" - è proprio impossibilità a comprendere.
Il fatto è che Fellini non racconta Rimini, è Rimini. E' lo spirito di questa città sinceramente ingannatrice. Onestamente equivoca. Concreta e sgobbona, vanitosa e ambiziosa di emergere dalla sua marginalità, ma allo stesso tempo molto più levantina di quanto gli piaccia apparire, molto più papalina di quanto avrebbe voluto essere. Ma in compenso in Fellini c'è un senso particolare, intimo e ambiguo, che solo un riminese può capire. Non come spettatore al cospetto del Maestro, ma alla pari. Da patàca a patàca.

 

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