Le avventure del couscous

RIMINI - Notizie il taccuino della tavola - mer 13 gen 2010
di Michele Marziani

Anche un libro può bastare per aprire nuovi orizzonti, per guardare più a fondo, per godere di altri sapori, scambi, suggestioni, nuovi punti di vista...

La folgorazione è stata causale e profonda, non sulla via di Damasco, ma neppure troppo lontano: sulle strade del Maghreb, del Medio Oriente, della cultura berbera, di quella araba, dell'Andalusia, ma anche degli ebrei delle città del nord Africa e dei viaggiatori sulle piste del Senegal e della Mauritania. Tutto in un libro che ha il respiro delle Mille e una notte, incontrato per caso, anzi per lavoro: l'editore Guido Tommasi di Milano mi ha affidato l'editing de Le avventure del couscous di Hadjira Mouhoub e Claudine Rabaa. Mi toccava l'ultima pennellata, prima della stampa, all'ottima traduzione di Luca Umidi. Un lavoro bello, interessante, ma quasi di routine. E invece le due autrici mi hanno portano in un mondo che attraversa deserti, profuma di storia, di popolazioni nomadi, di ospitalità sacra, di religiosità colorita, di cibi condivisi, di luoghi fiabeschi, di un sobbalzare del vivere e della storia che sembrano seguisse l'andamento di un cammello tra le dune. Quanto poco sappiamo della vita, della storia, della cultura, dei punti di vista e della cucina degli altri... Lo dico da curioso di tutto, ma probabilmente mai abbastanza. Un libro come Le avventure del couscous è un viaggio in un mondo vicino e lontanissimo. Ho rivisto la Francia, la banlieue parigina, gli immigrati, il Marocco, le case di Amsterdam, ma anche la Sicilia, Trapani, San Vito lo Capo... E ho ritirato fuori dalla libreria un altro volume, un piccolo romanzo, Usanza di Mare, di Antonino Rallo, stampato praticamente in proprio (il testo, per fortuna, è facilmente reperibile su Internet all'indirizzo: http://web.tiscali.it/siciliana/), una storia che si snoda tra Trapani, Tunisi e Lampedusa a metà del Settecento. Un percorso tra cristiani, musulmani, ebrei, corsari, schiavi, musicista, medici... I luoghi, alcuni, le genti pure, del couscous, paradigma goloso di un mare, il Mediterraneo. A libro aperto ho cucinato il couscous trapanese, il cuscuso, col sugo di pesce, con i pesci e le verdure intorno, per tavolata di amici letterati romagnoli, il cenacolo dei "Mercoledì letterari", assidui lettori capitanati dall'avvocato ma ancor più critico e poeta Paolo Vachino, che da anni si incontrano ogni mercoledì alla Sangiovesa di Santarcangelo. Tra le pentole, con semola palestinese, è uscito un altro concentrato di mondo, in uns casa di San Mauro Pascoli, all'ombra del poeta della piada, a capotavola un scrittore algerino con parlata ravennate: Tahar Lamri. Nel suo libro I sessanta nomi dell'amore (Mangrovie Edizioni) capisci perché da lingue così complesse nasce un piatto unico, nel senso che si mangia solo quello, ma anche nel senso che nessuna volta, nessun piatto, è uguale all'altro. Poi scopri la provocazione, forse non voluta, della salsiccia profumata di Romagna, nel couscous alla carne dell'osteria Harissa in pieno centro a Rimini. Non è corretto nei confronti dei musulmani dice mia figlia quasi offesa, ma il couscous, dico io, è patrimonio di genti, non di religioni. Però dentro ai negozi halal, su via Giovanni XXIII, nelle viuzze della Castellaccia, ti sorridono di più se chiedi del couscous. E a me piace questa città meticcia che ci sta crescendo intorno. Ha i profumi di un'avventura umana. 

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