Intervista a Simona Bertozzi coreografa e danzatrice
L’espressività primitiva del corpo
In scena all’Arboreto con L'arco senza corda voluto da Roberto De Lellis
Simona Bertozzi è coregrafa e danzatrice tra le più apprezzate della nuova scena italiana. Musa di eminenti esponenti della danza contemporanea come Nicola Laudati e Virgilio Sieni, porta avanti una ricerca personale che è approdata alla maestria nell’uso del corpo attraverso un progressivo abbandono delle tecniche accademiche: un processo di sottrazione che l’avvicina sorprendentemente ad alcuni grandi interpreti grotowskiani più che ai danzatori contemporanei, e che le ha fatto raggiungere un’espressività primitiva e organica. Dal 21 al 24 gennaio Simona sarà ospite, insieme al musicista Luciano Bosi, il light designer Carlo Cerri e la scenografa Giulia Bonaldi, del teatro Dimora di Mondaino per la produzione di uno spettacolo dal titolo L'arco senza corda voluto da Roberto De Lellis e che verrà presentato gratuitamente in prova aperta domenica 24 (ore 16). Simona ha una formazione classica che, negli anni, si è evoluta in ricerca contemporanea, come ci spiega: «Ho iniziato come ginnasta, avevo 9 anni ma sentivo già forte la necessità di comunicare col corpo. Ho poi seguito il percorso canonico accademico studiando danza classica a Lugo, la mia città, ma mi sono poi interessata alla ricerca contemporanea in concomitanza coi miei studi al Dams durante i quali ho avuto l'occasione di conoscere maestri europei e di affiancare alla mia formazione un lavoro performativo. Anch'io, come molti danzatori italiani, ho fatto la nomade fra Parigi, Belgio e Spagna. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Nicola Laudati e Virgilio Sieni».
Com'è nato il fortunato connubio con Virgilio Sieni?
«Non ho il suo livello di esperienza ma ho trovato in lui delle affinità. Pur non in seguito ad un'audizione, ha visto in me elementi innovativi e mi ha messa in discussione, mi ha portata a una rivisitazione innovativa, mi ha aperto moltissime possibilità diverse lasciandomi autonomia nella mia personale ricerca».
Cosa ne pensi della scena artistica italiana per quanto concerne la danza?
«Credo che, nonostante le difficoltà ben note a tutti, ci sia un notevole fermento, uno zoccolo duro che non si arrende alle difficoltà. Ci sono operatori culturali e direttori di festival che fanno moltissimo per creare circuitazione e dare risonanza alla ricerca di coreografi anche meno noti. Penso ci possa essere un affiancamento dell'Italia sia in ambito europeo che internazionale».
Quindi si può vivere di danza?
«Si può vivere di danza se ce ne si occupa in tutte le sue sfaccettature. Nel mio caso avvicendo l'attività laboratoriale e seminariale a quella didattica e oltre agli spettacoli mantengo una collaborazione con una compagnia di danza».
Quali sono le aspettative per la tua residenza creativa a Mondaino?
«Il teatro Dimora è uno spazio che amo moltissimo e quello che sto portando avanti insieme a Luciano Bosi è un progetto in evoluzione che nasce dal desiderio, dalla motivazione, dall'ostinazione nella ricerca di elementi originari della cultura umana che ci accomuna. Luciano Bosi mettendo assieme 2.600 strumenti a percussione, provenienti da ogni parte del mondo, si è interrogato sulla genesi degli oggetti, il loro uso iniziale, la loro storia. Io, con la mia ricerca sul gesto, sulla pulsazione, ho cercato il senso più organico, più profondo della comunicazione corporale».
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