RIMINI Tu chiamala se vuoi integrazione

RIMINI - Notizie Prima Pagina - mer 22 ott 2008
di Stefano Cicchetti
[{I figli degli immigrati in classi separate} Per fortuna a Rimini c’è chi pratica quella vera] In Italia si può fare tutto. Si può fare l’apartheid e chiamarlo integrazione e ci sarà subito qualcuno a spiegarci che chi obietta sbaglia, ha i paraocchi ideologici, le discriminazioni si fanno per il bene dei discriminati, in altri posti si fa di peggio e tutto va a meraviglia. Naturalmente stiamo parlando delle “classi ponte” per gli scolari figli di immigrati. La Camera ha approvato una mozione della Lega Nord secondo la quale i bambini stranieri devono frequentare classi separate dove imparare l’italiano. Prima di poter entrare nelle stesse aule degli altri, ci sarà un apposito esame. A corollario – o vero obiettivo? – gli alunni stranieri non potranno essere più del 20% per classe. In questo Paese l’opposizione - a detta di uno dei suoi leader, Antonio di Pietro - al momento è “inesistente”. Mentre il sindacato, si sa, è la fonte di tutti mali. Sarà dunque irrilevante l’indignazione del Partito Democratico e della (ex) triplice sindacale. Forse a qualcuno potrebbero però interessare prese di posizione rimaste clandestine per il grande pubblico, visto che non hanno lasciato traccia nell’informazione televisiva, dai telegiornali fino alla Prova del Cuoco. Dalla mozione della Lega ha preso le distanze innanzi tutto la Chiesa: «Non è la strada giusta». Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha chiesto «una pausa di riflessione» e un confronto «con il mondo del volontariato e dell’associazionismo cattolico». E Alessandra Mussolini ha parlato di «provvedimento razzista»: e la signora sì che se ne intende. Altrettanto oblio non ha invece coperto un commentatore equanime come Bruno Vespa. Lui, ha scritto, se si trovasse all’estero e dovesse mandare i figli in una scuola dove si parla una lingua che non conoscono, ringrazierebbe lo Stato che li sistemasse in una classe a parte. Attenzione: confondere questo provvedimento con «le vecchie e non rimpiante classi differenziali è una sciocchezza». Da Vespa al ministro Mariastella Gelmini - cui va reso il giusto merito di aver concepito per prima l’idea delle “classi ponte”, nello specifico per il bene dei bimbi rom – nessuno è sfiorato dal dubbio che un semplice insegnante di sostegno possa insegnare l’italiano a chi non lo sa, senza alcun bisogno di segregazioni: come del resto già avviene da anni in tante scuole. Nessuno dice, o vuol dire, che ancora una volta si mira a crescere nei sondaggi arrampicandosi sui pensieri più inconfessabili – anche il più democratico degli insegnanti sarà ben contento di “poter andare avanti col programma”, senza parlare dei solidali genitori, già ben attenti a scegliere per i loro figli scuole etnicamente incontaminate – badando bene che il conto lo paghino i più disgraziati. Nessuno vuole, o può, spiegare di cosa dovrà ringraziare un bambino tenuto separato dagli altri proprio in quel luogo dove dovrebbe iniziare la sua integrazione. Ma in questa Italia si può (ancora) fare tutto. Ci si può rimboccare le maniche per lavorare insieme, senza curarsi della lingua di origine e del colore della pelle. Si possono studiare iniziative per migliorare il quartiere dove si abita e si lavora gomito a gomito. Si può non avere paura e non dare ascolto a chi sulla paura ha costruito un mestiere e una carriera. Si può fare a Rimini, ed è stato fatto. Si può chiamare tutto ciò Associazione Borgo Marina, quando il nome giusto sarebbe integrazione. Quella vera.

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