Le reti dei pirati

Rimini - Notizie Borgo San Giuliano - mer 16 dic 2009
di Luca Vici

La lucrosa esportazione incentivò anche il contrabbando

Per incentivare la produzione ittica, i “forestieri” a un certo punto furono esentati del dazio, avendo solo l’obbligo di vendere l’intero pescato sulla piazza riminese e a non altrove. Molte famiglie di Buranelli e Chioggiotti finirono per trasferirsi definitivamente a Rimini, nei borghi di San Giuliano e Marina.

A Rimini solo nella seconda metà del Seicento la pesca raggiunse dimensioni rilevanti, con l’impiego di grosse imbarcazioni d’altura sviluppate in loco (tartanoni riminesi, trabaccoli) che si recavano soprattutto nel Quarnaro. In breve la flottiglia riminese divenne fra le maggiori dello Stato della Chiesa. Il pesce veniva esportato nella maggiori città italiane grazie ad un’efficiente rete di “nevaie” per la conservazione e di corrieri veloci per il trasporto. In questo modo il Granduca di Toscana poteva consumare freschissime le sue predilette sogliole riminesi, così come i benestanti di Perugia o Bologna. I prezzi erano infatti piuttosto cari, il che incentivò anche il contrabbando: per i pescatori era ben più conveniente esportare che vendere a Rimini alle tariffe stabilite dal Comune. I traffici sottobanco erano più facili nei porticcioli secondari del riminese come Bellaria, Riccione e Cattolica, meno soggetti ai controlli.

Una Pescheria fin troppo bella

Nel 1747 Rimini si era dotata della nuova Pescheria, “forse la miglior fabbrica che innalzasse il Buonamici”, come scrisse Francesco Algarotti. La marineria aveva sottoscritto un accordo per partecipare alle spese, salvo poi tirarsi indietro a opera ultimata. Ancor nel 1759, in un esposto alle autorità si lamentava ironicamente che l’opera “supera di gran lunga il tempio e duomo e della città, con ammirazione de’ forastieri alla vista d’una pescaria per tempio e un tempio per pescaria”. Nel rispondere, le autorità ricordavano che la pescheria era stata voluta in quelle forme e dimensioni dagli stessi “porzionevoli” (commercianti di pesce) i quali si erano offerti di pagare una tassa di 8 scudi all’anno per barca al posto dell’affitto dei banchi, mentre l’edificio era costato alla comunità la bellezza di 3600 scudi. Una polemica che non pare affatto vecchia di due secoli.


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