La Sindrome di Penelope

RIMINI - Notizie primo piano - mer 16 dic 2009
di Stefano Cicchetti

Perché qui è così difficile portare a casa un risultato
Come discutere di tutto per venire a capo di nulla

La vogliamo chiamare Sindrome di Penelope? Vogliamo citare Pirandello che racconta di Milocca (in "Le sorprese della scienza"), il paese dove si è tanto attenti al progresso che non si progredisce mai? Oppure ci si può consolare consultando la storia patria: a Rimini è andata così sempre, o quasi. Nel quasi, per carità, rientrano parecchi obbiettivi centrati. E non sono di poco conto: università, darsena, nuova fiera, musei, Domus del Chirurgo, per stare al passato più recente. Ma il resto?
Nel 1972 Rimini conquistò l'onore delle cronache nazionali (Rai - Cronache Italiane, Panorama, L'Espresso, Corriere della Sera, Il Giorno, solo per citare le maggiori testate; Bruno Zevi, Chiara Valentini, Vittorio Emiliani, Franco Berlanda, Sergio Cabassi, fra le firme che ci lodarono) con il progetto della monorotaia fino a Riccione. Qualcuna l'ha vista? Oggi siamo ancora a cincischiare con il metrò di costa.
Il Galli è in rovina dal 1944. Lo stesso Ionesco, pur padre del teatro dell'assurdo, difficilmente avrebbe potuto mettere insieme una trama più surreale di quella che tutt'ora continua ad avvincerci con nuovi colpi di scena.
E la nuova questura? Qui abbiamo invece un'opera completata, che però nessuno più vuole, nessuno ammette di averla voluta, nessuno vuole pagare.
C'è poi un ponte di epoca romana cui non si riesce a dare un'alternativa moderna. Per costruirlo, a cavallo fra il regno di Augusto e quello di Tiberio, ci vollero meno anni che a fare quello, disgraziatissimo, della circonvallazione che scavalca la verucchiese.
Poi c'è la questione dello stadio. Quella dell'auditorium. Del fossato del castello. Delle fogne. Del trasporto pubblico. Del piano spiaggia. Di liberare la zona mare dal traffico e darle un volto adeguato al mercato turistico di domani. E chi più ne ha più ne metta.
Ma al di là del nudo bilancio del fatto e del non fatto, quello che colpisce è il modo in cui ogni questione viene affrontata da noi riminesi. Sono urli, insulti, lazzi, sospetti, agguati, colpi di mano. Altro che "progetti condivisi": pratiche da faida medievale. Bandita ogni mediazione, ciascuno armato della propria certezza, ci si affronta a barricate contrapposte e ci si scaglia addosso vicendevolmente di tutto. Le fazioni, poi, non rispecchiano nemmeno gli schieramenti politici, le categorie professionali ed economiche, gli orientamenti culturali. Macchè: il nemico sta preferibilmente dalla nostra stessa parte. Ci si scanna con molto più gusto in famiglia, come ai tempi dei nostri antichi signori Malatesta. Non apriamo poi neanche il capitolo dei rapporti, chiamiamoli così, fra i vari centri della provincia. Che questo sia il modo migliore per mandarla per le lunghe, quando per non rimediare un bel niente, nella nostra testaccia zudra proprio non ci vuole entrare.

 

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