La scomparsa di Carlo Caragiulo
Hic sunt leones
Una vita all'insegna della passione
"Hic sunt leones" la frase scelta dai familiari di Carlo Caragiulo per ricordarlo sul suo santino.
Quasi a testimoniare una vita vissuta intensamente, delimitata da tre capisaldi: il basket, la Roma ed il lavoro.
C'era tanta gente la mattina di sabato 28 ai suoi funerali. La chiesa di San Girolamo non riusciva a contenere tutti quelli che erano venuti a dargli un saluto, a ricordarlo. Mi sono accorto che ognuno aveva un aneddoto, spesso ironico, ma mai banale sul suo rapporto con Carlo.
E' certo che lo sport è stato un elemento importante della sua vita. Quello giocato, il basket, e quello guardato, il calcio e la Roma.
Ed è incredibile che nonostante le vicissitudini della vita Carlo non abbia mai voluto abbandonare queste grandi passioni.
Ho conosciuto Caragiulo nella palestra Panzini a nove anni, incominciammo il minibasket assieme, crescemmo assieme nelle giovanili cavandoci grandi soddisfazioni arrivando quarti in Italia con gli under 14 e settimi in Italia con gli under 15. Eppure quando ricordavamo quei risultati sportivi il primo pensiero non andava mai al blasone conquistato, ma alla grande possibilità di avere potuto dormire fuori casa con tutta la squadra per molti giorni.
Eravamo figli di una generazione che viaggiava poco e che usciva di casa con il contagocce (alle medie la sera mai, alle superiori il sabato sera, partita all'ex teatro, pizza al Pic Nic e poi a casa). Avere battuto agli interzonali Bologna e Siena a noi diceva poco, diceva di più che si stava sei giorni in hotel a Porto San Giorgio ed a Pescara con tutti gli amici della squadra spe-sa-ti-di-tut-to.
Entrammo insieme in prima squadra, poi io riuscì a fare carriera tra la serie A e la serie B, lui tra la C e la D.
Così per giocare insieme ci divertivamo ad andare a d'estate ai campetti all'aperto in canotta da muratore, con gli avversari "marcati" Virtus Bologna od Olimpia Milano che, ignari, ci squadravano dall'alto in basso pensandoci degli sprovveduti prima di venire regolarmente asfaltati e noi giù a ridere nella birretta post partita.
A Carlo questa passione per il basket non lo ha mai abbandonato, trovava nel caos delle sue giornate sempre un attimo per andare in palestra, lo ha fatto anche l'ultima sera della sua vita.
Per quanto riguarda la Roma, l'affetto smisurato per quella squadra andava al di là del tifo per sfociare in una vera passione.
"Non vengo più a vedere la partita della Roma da voi" gli dissi dopo la finale persa con il Liverpool dalla squadra di Falcao. "Perché?" mi chiese lui. "Non posso vedervi soffrire in quel modo, sto male anch'io". Ed era vero: quando la Roma perdeva erano momenti di sconforto profondo, così come la gioia era sfrenata quando vinceva.
La maglia con le firme di Totti e di tutti gli altri giocatori deve avergli fatto un piacere tremendo, ma quello che ho pensato sabato guardando la gente che c'era è che Carlo è riuscito a farsi volere bene da tutti, e questo per chi gli è stato amico è una grande gioia.
Hic sunt leones Carlo.
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