Sant’Agostino non finisce di stupire

Rimini - Notizie Centro Storico - mer 02 dic 2009
di Luca Vici

 

L’ultimo ritrovamento degli archeologi riminesi dell’Arrsa

Sotto gli intonaci di una cappella emergono altri affreschi medievali

Dopo oltre novant’anni dallo scoprimento degli affreschi di Sant’Agostino (San Giovanni Evangelista), grazie all’opera dell’ARRSA (Associazione Riminese per la Ricerca Storica e Archeologica), nuove pitture stanno emergendo dai muri della sacrestia denominata cappella “invernale” perché in quel periodo vi si concentrano le funzioni liturgiche.

In particolar modo, in una parte della sacrestia separata da una porta, si trova un vano collocato tra il campanile e la sacrestia vera e propria: tale spazio, se visto dal cortile esterno alla chiesa, mostra ancora oggi una parete chiaramente medievale con una finestra gotica tamponata e un bel cornicione in cotto. All’interno invece si nota uno spazio che, sebbene sia stato tinteggiato e riammobiliato nel Settecento in stile barocco, mostra una copertura medievale con ancora i quattro costoloni originali che partendo dagli angoli si chiudono in alto in una chiave centrale.

Proprio su tali costoloni sono stati eseguiti saggi stratigrafici per poter osservare cosa ci fosse sotto l’intonaco settecentesco. Un settore mai indagato in precedenza, almeno secondo i documenti. E il risultato è stato sorprendente, poiché sono emerse decorazioni floreali e vegetali molto ben conservate, oltre a strati di colore il cui terminale è ancora da scoprire. E’ ancora prematuro datare esattamente i dipinti; per ora l’arco del periodo di esecuzione viene compreso tra la metà del Trecento agli inizi del Cinquecento.

Negli affreschi si nota la raffigurazione di un fiore che ricorda molto da vicino la rosa malatestiana, sebbene molto stilizzata: questo elemento potrebbe fare pensare ad una commissione da parte dei Malatesta, che inserirono la rosa nella loro araldica sul finire del ‘300, ma anche questo discorso è prematuro fino al momento in cui non verranno recuperati interamente gli affreschi.

Sicuramente è quanto meno insolito vedere questo tipo di decorazione naturalistica in uno spazio sacro dove trovano di solito posto storie della vita di Cristo, della Vergine Maria, della Creazione o legate al Santo di appartenenza (come ad esempio negli affreschi dell’abside di S. Agostino), o tutt’al più cieli notturni stellati. Nel Medioevo, infatti, le decorazioni di questo tipo ricoprivano più frequentemente in edifici civili, di cui però a Rimini non abbiamo praticamente esempi; il che rende questo ritrovamento ancor più rilevante.

Fonti: Marcello Cartoceti, Relazione sul sondaggio della cappella “invernale” nella chiesa di San’Agostino; Angelo Turchini, Claudio Lugato, Alessandro Marchi, Il Trecento riminese in Sant’Agostino a Rimini

I Malatesta e gli ordini mendicanti

Gli affreschi dell’abside, del coro e della cappella del campanile, furono completati probabilmente in occasione del capitolo generale degli Eremitani di Sant’Agostino che si tenne in San Giovanni Evangelista l’11 giugno del 1318. Il capitolo fu finanziato tramite disposizione testamentaria da Malatesta da Verucchio (morto nel 1312 a cento anni tondi) che aiutò così i frati nello svolgimento di un momento così importante per il loro ordine: in tale capitolo, tra l’altro, vennero prese diverse decisioni riguardanti il culto liturgico, e agli Studi dell’ordine nelle varie province.

I Malatesta, che si erano impostiti a Rimini nel 1295, riservarono il medesimo trattamento di favore agli altri ordini mendicanti della città, come i francescani, i serviti e domenicani.

E il terremoto fece “rinascere” i trecentisti

Della scuola riminese fino al 1916 non si sapeva quasi nulla

Il 16 agosto 1916 alle 9.30 forti scosse di terremoto provocarono nella nostra città quattro morti, trenta feriti , 4 mila sfollati e la demolizione di oltre 615.

Il terremoto però rivelò anche la presenza di affreschi trecenteschi sotto strati di intonaco che si erano staccati nella chiesa di San’Agostino

Grazie al meticoloso lavoro del restauratore Giovanni Nave fu possibile recuperare gli affreschi nella volta dell’abside e nella sua parte destra, oltre che nel sottotetto (in particolare l’affresco del Giudizio Universale oggi conservato al Museo della Città), mentre nel 1923 vennero alla luce gli affreschi nella cappella del Campanile.

Nel 1926 fu completato il restauro di tutti gli affreschi attribuiti a quella che fu definita “scuola giottesca riminese del Trecento”.

Oggi si ritiene che le opere si debbano alla prima generazione di artisti del trecento riminese, ossia i fratelli Giovanni, Giuliano, Zangolo e Foscolo.

Tra i fratelli il più anziano era Foscolo, mentre Giovanni è quello di cui conosciamo più opere e notizie: viene infatti citato in un documento del 1290, mentre nel 1300 è definito “magister”, qualifica riservata ai pittori professionisti.

 

 

 

 

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