La Fontana della svela i suoi misteri

RIMINI - Notizie cultura - mer 02 dic 2009
di Stefano Cicchetti

 

La tesi della giovane ricercatrice Eleonora Lunedei

Analizzate per la prima volta le pietre del monumento

La Fontana che chiamiamo “della Pigna” è uno dei simboli di Rimini, ma molte cose che la riguardano rimangono misteriose. Tanto per cominciare, non si sa bene quando fu costruita. E non molto si conosce del suo aspetto originario. Ma anche riguardo ai materiali che vi furono utilizzati, alcune certezze del passato sono oggi smentite da analisi più accurate. Le ha effettuate di recente una giovane studiosa riminese, Eleonora Lunedei, che per la sua tesi di laurea per la prima volta ha esaminato in laboratorio le pietre della Fontana.

E non sono mancate le sorprese. Una delle quali conduce a un’affascinante ipotesi: alcuni elementi del monumento avrebbero fatto parte della dote nuziale di Polissena Sforza, seconda moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Una colossale “patacata” alla riminese

La svolta nella storia della Fontana avviene nel 1540. E quanto a sconsideratezza e “sburonaggine” ha davvero molto di riminese. In quell’anno, dunque, giunse in città il cardinal legato Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, il futuro papa Giulio III. Per accoglierlo come si conveniva, i nostri avi pensarono bene di allestire un sensazionale spettacolo di fuochi d’artificio. E quale miglior effetto che “far esplodere” la Fontana? Se non che, gli artificieri riminesi per non farsi guardar dietro largheggiarono con la polvere e la Fontana saltò per aria sul serio! Andarono distrutte perfino le condotte dell’acqua, così che Rimini si trovò a secco – quello della Fontana era l’unico approvvigionamento pubblico – per la bellezza di tre anni.

Nel 1541, comunque, giunse provvidenziale la visita apostolica di papa Paolo III. Altri grandi apparati scenografici; fra cui, a dissimulare le colpevoli rovine della Fontana, un arco corinzio che sorreggeva la statua del Pontefice, cui Ercole – in quei tempi arruolato fra i mitici fondatori della città - offriva la clava in segno di sottomissione. Il Santo Padre gradì molto. E comprese: fra i suoi generosi donativi ai riminesi, spiccavano 500 scudi d’oro per rimediare alla colossale “patacata”. E in capo a due anni Rimini riebbe la Fontana, così come la vediamo ora. Salvo un particolare: non vi svettava ancora la Pigna, ma una statuetta di San Paolo, quale ulteriore riconoscenza al papa oltre all’epigrafe tutt’ora visibile. Fu comunque necessaria una vera ricostruzione, tanto che l’unica parte antica superstite è il tamburo più grande, quello con i cannelli. Ne risultò un assemblaggio di diversi tipi di pietre, nonostante a prima vista il materiale sembri uniforme. Come risulta anche dalla relazione che accompagnò il restauro del 2002, sono: la pietra d’Istria, la pietra d’Aurisina (anch’essa istriana, usata anche nel Ponte e nell’Arco), il Bianco di Verona, l’Arenaria di San Marino. E, si pensava fino a ieri, un “marmo rosa del Portogallo”.

Il giallo del marmo “sforzesco”

Ma qui entra in gioco Eleonora Lunedei. Aiutata dai relatori della sua tesi in Tecnologie per la conservazione e il restauro di beni culturali all’università di Bologna, Gian Carlo Grillino e Vanna Minguzzi, e da Massimo Totti e Chiara Fravasini del comune di Rimini, la ricercatrice ha sottoposto campioni delle pietre ad una scrupolosa serie di analisi: termiche, al microscopio mineralogico, difrattometriche. E arriva la sorpresa: quello usato nelle specchiature del bacino centrale non è marmo portoghese, ma Marmo di Candoglia.

Un dettaglio di poco conto? Niente affatto. Perché il Candoglia non è una pietra qualsiasi. Proviene esclusivamente da cave della Val d’Ossola. Utilizzate fin dall’epoca romana, nel 1387 Giangaleazzo Visconti le fece riaprire per rifornire la Fabbrica del Duomo di Milano (cui appartengono oggi) e da allora furono sfruttate per i maggiori monumenti lombardi, compresa la Certosa di Pavia. Nel ‘400 quel marmo era esclusivo monopolio visconteo. Di più: un vero segno araldico, che appare raramente fuori dalla Lombardia e proprio laddove i duchi di Milano arrivarono con il loro potere, da padroni o da amici. Così a Bologna, dove i milanesi ebbero mille intrallazzi e Jacopo della Quercia lo usò per il magnifico portale di San Petronio. Così a Ferrara nel palazzo Bentivoglio, nemici-amici dei Visconti. E a Rimini, nella Cappella delle Arti Liberali del Tempio Malatestiano. Come mai?

Il dono di nozze di Polissena

I Malatesta ebbero spesso a che fare con i Visconti. Ma ancor più con i loro successori, gli Sforza. Sigismondo Pandolfo Malatesta fu alleato di Francesco Sforza quando era già genero ed erede designato dell’ultimo Visconti, il lunatico duca Francesco Maria. In cambio, nel 1442 lo Sforza concesse in moglie a Sigismondo una sua figlia illegittima, la quattordicenne Polissena. Secondo l’ipotesi della Lunedei, oltre al castello di Mondavio, Polissena avrebbe portato in dote “una fornitura lapidea destinata al Tempio Malatestiano”. Il signore di Rimini da tempo stava infatti già rastrellando dovunque pietre pregiate per realizzare il suo sogno più ambizioso. Quella fornitura, prosegue la tesi, potrebbe “in piccola parte essere confluita nella ‘fontana del 1450’, quella raffigurata da Agostino di Duccio, oppure può essere stata successivamente utilizzata nel grande restauro rinascimentale”, quando nel cantiere del Tempio ormai bloccato per sempre poteva essere rimasto del materiale pregiato.

Sigismondo ruppe definitivamente con gli Sforza nel 1445, quando Alessandro, fratello di Francesco, si impadronì di Pesaro. Il Marmo di Candoglia sarebbe dovuto giungere quindi a Rimini fra il ‘42 e il ‘45. Oltre che nella Fontana, appare appunto nel Tempio: “Nei due grandi capitelli – annota la Lunedei – nelle basi dei pilastri conformate a canestri ornati da quattro putti alati che sorreggono festoni vegetali e in diversi elementi architettonici dei pilastri quali mensole e festoni”. Il tutto, in “quella che, con ogni probabilità era destinata a diventare la ‘cappella Sforza’ nella navata sinistra della chiesa”, oggi conosciuta come Cappella delle Arti Liberali. Polissena morì a soli 22 anni di peste. Ma papa Pio II accusò poi il Malatesta di averla uccisa per far largo all’amante, Isotta degli Atti. Che nel Tempio ha una Cappella tutta per sé, mentre Polissena e Ginevra d’Este, che l’avevano precedute all’altare, riposano nella Cappella dei Giochi Infantili.

 

Le sorelle di Perugia e Fabriano

Somiglianze che fanno pensare ad un’origine duecentesca

Gli antichi storici riminesi ritenevano che a costruire la Fontana fossero stati i Romani, forse quale elemento di un tempietto dedicato a Marte. Si basavano sul fatto che l’acquedotto che alimenta la Fontana è con molta probabilità di epoca romana, mentre lungo il suo percorso furono rinvenute monete di Antonino il Pio. Molto più ingenuamente, qualcuno pensò a Marte per via delle decorazioni con trofei militari, che invece sono sicuramente rinascimentali. D’altra parte, l’Adimari giunse a pensare che fra chi scolpì il monumento ci fossero San Marino e San Leo.

Stando ai fatti, si nota che la nostra Fontana ha due “sorelle” relativamente vicine. Sono la Fontana Maggiore di Perugia (1275) e lo “Sturinalto”, la fontana di Fabriano (1285). Dunque è molto probabile l’origine duecentesca anche della fontana riminese, che presenta il medesimo schema costruttivo formato da “tamburi” concentrici e una serie di cannelle in circolo.

Ma che aspetto poteva avere la Fontana nel medio evo? Una vaga idea la fornisce il quattrocentesco bassorilievo “del Cancro” di Agostino di Duccio, nel Tempio Malatestiano, la più antica “cartolina” che abbiamo di Rimini. La Fontana vi appare differente da quella attuale: i tamburi sembrano due anziché tre, con al centro un elemento cilindrico più sottile dal quale forse zampillava l’acqua, come a Perugia e Fabriano.

Alla stessa epoca risale un’altra descrizione, questa volta letteraria, della Fontana; o meglio, di una sua spettacolare riproduzione. Gaspare Broglio, dignitario malatestiano, narrò minuziosamente il matrimonio fra Roberto “il Magnifico” ed Elisabetta di Montefeltro, celebrato nel 1475. Una cerimonia sfarzosa come poche ne conobbe la città. Basti scorrere il menù nuziale, che si concludeva con “tronfi” di zucchero che rappresentavano l'arco d'Augusto, Castel Sismondo, il Tempio Malatestiano “como doveva essere fornito", cioè secondo il progetto dell'Alberti. E, a riprova della sua importanza, “la fontana della piazza d’Arimine che sta appresso al palazzo formata in propria forma con 16 puttini intorno di zuccaro fino, la quale gettava acqua rosata”. Tanto di cappello ai pasticceri, ma purtroppo ciò non aggiunge molto alle nostre conoscenze. E nemmeno risulta più utile il sommo Leonardo, quando rammenta a sé stesso di “un’armonia con le diverse cadute d’acqua come vedesti alla fonte di Rimini, come vedesti addì 8 agosto 1502”.

E la Pigna sfrattò San Paolo

Osservando attentamente la Fontana, si nota che, a causa dell’innalzamento del piano di calpestìo, le cannelle furono innalzate tre volte e così dovette avvenire almeno per il tamburo esterno. Quindi nel ‘400 il complesso doveva trovarsi più in basso di oggi e forse, come a Perugia e Fabriano, circondato da gradini per impedire l’abbeveraggio degli animali. A ciò era invece destinata un’altra apposita vasca, detta “Fontanone dei Cavalli”; sorgeva circa dove l’attuale via Sigismondo si immette in piazza Cavour. Durante il periodo napoleonico le soldataglie danneggiarono la Fontana, distruggendo alcuni pilastrini del recinto e addirittura rubando i cannelli di bronzo. Di qui un restauro nel 1807, poi quello del 1809 che comportò la sostituzione del San Paolo (oggi visibile al Museo) con la Pigna, simbolo pagano di fecondità e abbondanza.

 

 

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