Un diritto al voto per chi risiede e lavora in Italia ancora negato

RIMINI - Notizie attualità - mer 02 dic 2009

Immigrati e partecipazione alla vita politica

Le Comunità straniere sono ormai stabilmente insediate in Italia, partecipano alla vita sociale, intraprendono carriere, investono e producono. Spesso si parla di imprenditorialità immigrata, ma d'altronde non si può dimenticare di riflettere sul grave deficit legislativo in tema di partecipazione politica degli immigrati residenti in Italia. Il dibattito sul tema è stato portato avanti per diversi anni, tra le associazioni , i politici, i sindacati e anche nelle Aule Parlamentari, ma senza produrre risultati attesi. 

Nell'Unione Europea sono diversi i Paesi che hanno varato riforme costituzionali volte ad introdurre la titolarità di elettorato attivo e/o passivo degli stranieri stabilmente residenti nei loro territori nazionali. Alle elezioni Comunali di Danimarca, Gran Bretagna, Irlanda, Finlandia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, (oltre a Islanda, Norvegia e Svizzera), possono partecipare anche tutti, o alcuni, degli stranieri residenti sul territorio nazionale. Tra gli ultimi arrivati vi è la Spagna. Le Cortes spagnole hanno superato nel 2000, il limite della normativa del 1985 che vincolava ad una condizione di reciprocità la partecipazione politica degli immigrati alle elezioni locali. La vecchia concezione di cittadinanza, che privilegia il legame di sangue a quello con il territorio, ha prodotto l'assurda anomalia di concedere la possibilità di voto ai cosiddetti emigrati di terza o quarta generazione, nipoti di italiani che sono partiti, ad esempio, alla volta dell'Argentina all'inizio del secolo scorso: persone che spesso non conoscono la nostra lingua o la nostra cultura ma che hanno sperato di avere quel passaporto che è una garanzia di un futuro più sicuro in Europa. E chi invece in questo Paese investe, lavora e si lascia magari influenzare dalla cultura e dalla grande storia che abbiamo da offrire, non ha diritto alcuno di decidere perché il suo sangue è diverso. A livello europeo il tema viene demandato ai singoli stati membri.
Tuttavia una delle principali forme possibili di partecipazione politica per gli immigrati, specie se provenienti da stati terzi, rimangono gli organi consultivi. La quasi totalità dei paesi europei dispongono di qualche forma o struttura di consultazione per gli immigrati. Il ruolo, il funzionamento, la percezione e l'efficacia di questi dispositivi varia da un paese all'altro. La stragrande maggioranza dei paesi, con eccezione della Germania, ha qualche meccanismo di consultazione sia a livello nazionale che a livello locale.
Meccanismi che non riescono sempre a essere al livello delle aspettative dei nuovi cittadini, ciò che potrebbe essere uno delle motivazioni che spingono i leader degli immigrati a pensare a partiti politici. In Spagna è nato il primo partito islamico, fondato da un immigrato giornalista e professore della lingua araba a Granada, sperando di guadagnare i voti di circa un milione e mezzo musulmani che risiedono nel paese. Una scelta non condivisa dal presidente dell'Istituto culturale islamico di viale Jenner, a Milano, che ha dichiarato che "In Italia noi preferiamo parlare di una lista civica composta da extracomunitari con alcuni italiani che vogliono aderire ai nostri punti programmatici - aggiunge - ritengo sbagliato fare un partito islamico perché ci confinerebbe in una zona ghettizzata della politica".

 

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