RIMINI Il peggiore dei mondi percepiti
RIMINI - Notizie Opinioni - mer 22 ott 2008
di Lia Celi
[{I bei tempi che mai furono}
La realtà conta zero e la memoria ancor meno]
Ormai si è capito che la realtà dei fatti non conta una fava. Le decisioni della politica, come gli eventi dell'economia sono dettati dalle percezioni. Non importa se vere o false, o semplicemente fuori posto. La gente è convinta di vivere in una società più violenta che trent'anni fa, quando in Italia impazzavano, nell'ordine, terroristi rossi, terroristi neri, terroristi altoatesini, Anonima sequestri sarda, Anonima calabrese, banda Vallanzasca, banda della Magliana e delinquenti comuni assortiti, oltre alle sempiterne mafia, camorra e 'ndrangheta. Fino agli anni Ottanta nelle grandi città dopo le otto era il deserto. Stupri e violenze sulle donne c'erano come e più di oggi, ma non venivano denunciati perché ai processi la vittima diventava imputata. I telegiornali si aprivano sempre con foto di tafferugli per strada, i quotidiani avevano ogni giorno in prima pagina un cadavere crivellato riverso sul sedile di un auto, e io da piccola controllavo sempre le porte e le finestre di casa per paura che qualcuno di notte venisse a rapirmi come il piccolo Mirko Panattoni. Già, trent'anni fa sì che in Italia si rapivano i bambini. Tanti. Ancora nel 1980 (per inciso, il «pacifico» anno di Ustica e della strage di Bologna) ne furono sequestrati ben sette, in cambio di cospicui riscatti. Gente come Berlusconi o come il papà di Carla Bruni spediva la famiglia in Inghilterra o in Francia per paura dei rapimenti.
Eppure oggi «percepiamo» quell'epoca come meno violenta. Semplicemente perché nella nostra città, nel nostro quartiere, in quegli anni non è successo niente di eclatante, ci si conosceva tutti, nessuno ci ha mai scippato per strada, i telegiornali erano pochi e i conduttori erano meno ansiogeni (anzi, diciamolo, erano proprio soporiferi). La verità è che c'è molta meno violenza, ma spalmata più uniformemente. E i media, come un sifone dello chef Ferran Adrià, la trasformano in una soffice mousse il cui peso reale sulle nostre vite è sproporzionato allo spazio che occupa nelle nostre teste e nei nostri discorsi. Adesso non controllo più le porte e le finestre per paura che dei figuri dall'accento sardo vengano a portare via me o i miei figli, e l'ultimo tentativo di scipparmi risale a nove anni fa, quando non abitavo ancora a Rimini. Ma la strada in cui abito è sempre sporca, quando metto piede fuori di casa rischio di venire stirata da una macchina contromano o di non ritrovare più la mia bicicletta, sei passanti su dieci parlano una lingua che non capisco e quattro sono anziani e/o male in arnese. E, soprattutto, io non sono più giovane. Le cartacce in giro mi dànno sui nervi, non ho più l'agilità e i riflessi per dribblare le macchine o inseguire il ladro di biciclette, mi si è spenta la curiosità per le persone provenienti da mondi diversi, e ho davanti a me sempre meno tempo davanti per imparare tutte le loro lingue. Insomma, invecchio e sto diventando una piaga, come succede a molti vecchi. Ma i vecchi di una volta perdevano solo la memoria recente, mentre noi, i vecchi di domani, rimbambiti dalla televisione, abbiamo solo quella, e tendiamo a scordare il passato remoto e prossimo, almeno quello che non viene replicato su Canal Jimmy. E crediamo di vivere nel peggiore dei mondi possibili. O meglio, percepibili.
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