S-ciavěd, sciŕp e sciaparčl

RIMINI - Notizie cultura - mer 18 nov 2009
di Stefano Cicchetti

Le nostre parole

Ecco perchè il sapore è una questione di cervello

Contrariamente a tante nostre parole dialettali dall’origine oscura o controversa, s-ciavìd non nasconde misteri etimologici. E’ infatti L’esatta trasposizione in romagnolo del toscano sciàpido (o anche scìpido), che come il più comune “insipido” discende dal latino: ex-sapidus il primo, in-sapidus il secondo. Sia in che ex escludono, negano il sapidus, cioè il “sapore”. Stesso percorso per il riminese, e pesarese, sciàp e per lo sciàpu umbro.

S-ciavìd, ma soprattutto sciàp e sciaparèl, sono però usati anche come attributi personali, per dire di individuo non proprio sveglio. Come mai?

Per capirlo bisogna risalire alla comune origine latina e anche più indietro. Infatti sapidus deriva dal verbo sàpere, che significa “aver sapore” ma allo stesso tempo, in senso figurato, “avere senno, “essere saggio”, “intendere”. La stesso ambivalenza secondo alcuni sarebbe già nel greco (per l’etimologo Ottorino Pianigiani sophos è l’uomo “dal naso fino” sia nel senso di buongustaio che di persona scaltra), è certamente in altre lingue italiche come quelle sabelliche, ed è nell’antico tedesco (sebjan significa “gustare” ma anche “comprendere”). Questo accade perché “avere sapore” e “avere senno” sono equivalenti fin dalla radice *SAP, che in sanscrito racchiude entrambi i concetti.

Dunque furono i nostri più remoti antenati, quando ancora vagavano nelle steppe euro-asiatiche, ad associare l’idea della conoscenza a quella del nutrimento. Non per nulla il faggio, che con le sue ghiande offriva ai nostri avi cacciatori-raccoglitori il cibo più abbondante, presso gli indoeuropei era l’albero magico della saggezza. E da rami di faggio fate e stregoni ricavavano le loro bacchette magiche.

Annotava il Pianigiani nel 1907: “Questo vocabolo [“sapere”, ndr], osserva argutamente il Manno, dalla bocca salì al naso; quindi l’odore corporeo passò a significare odore incorporeo; e con altra corta salita si trovò alloggiato nella reggia del cervello ad esprimere tutto ciò che si apprende con la mente. Ma, soggiunge, il sapere partito dalla lingua dee alla lingua tornare; e chi non può esprimere bene quello che sa, è quasi come non sapesse”.

 

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