RIMINI Scommettiamo che non vinco mai?

RIMINI - Notizie Attualità - mer 22 ott 2008
di Giampaolo Proni
[{Fra Superenalotto e borsa} La difesa del risparmio non ha bisogno di ideologie] In questi giorni mi viene da confrontare l'ennesima 'febbre da lotteria' italiana con la crisi finanziaria mondiale (anch'essa ennesima). Il Superenalotto, l'ultima macchina da soldi dello Stato, ha raggiunto un montepremi da far tremar le vene e i polsi. Oggi 15/10 è di 88,2 milioni di euro. La somma attrae continue scommesse, anche se il gioco di per sé è del tutto irrazionale, un suicidio statistico. Infatti, la probabilità di vincere la sestina secca è una contro 622 milioni, 614 mila 630. Ed è così ogni volta. Non solo, ma di tutto il denaro giocato, lo Stato si prende quasi la metà. Per la precisione, ecco i dati relativi al 2007: Entrate……………….....1.940.000.000 di euro Allo Stato………………49,5% (960 milioni di euro) Ai vincitori…………….38,1% delle entrate (739 milioni) A punto vendita…………8% delle entrate (155 milioni) Alla Sisal………………..4,4% delle entrate (85 milioni) Le scommesse sembrano dei giochi innocenti e quasi democratici, in realtà sono giochi spietati e vere truffe legali. Infatti solo lo Stato le può organizzare. Nella scommessa, ogni giocatore gioca contro gli altri, puntando a prendere i loro soldi. L'unico che vince sempre è lo Stato, e gli enti gestori. Di ogni euro, i giocatori lasciano 55 centesimi all'organizzazione. La roulette è più generosa: il banco si prende una percentuale molto più piccola. La maggior parte dei giocatori è al corrente di questi dati solo in modo superficiale. Il punto fondamentale è che quasi tutti impegnano nella scommessa porzioni molto piccole del proprio reddito, la cui perdita non influenza il loro tenore di vita. Di conseguenza, nessuno se la prende con Superenalotto e simili. Anzi, il giocatore medio pensa: “Con una puntata così piccola posso vincere una cifra così grossa!!!” Molto diverso è il comportamento quando riguarda l'investimento dei suoi risparmi. L'accesso di massa all'investimento finanziario, cioè al piccolo capitale, è l'ultimo stadio nello sviluppo della borghesia. La società medievale è divisa tra classi superiori (nobiltà, nobili e clero) che non producono nulla e possiedono tutto, e classi inferiori, che producono tutto e non possiedono nulla. Con il formarsi della borghesia (mercanti e artigiani) e poi della middle class (lavoratori dipendenti), la società si è ristrutturata. Ora chi produceva possedeva qualcosa, e il numero di coloro che possedevano senza produrre è andato progressivamente diminuendo. La middle class dei lavoratori salariati è stata l'ultima parte di borghesia ad accedere alla proprietà. In genere il primo gradino è la casa di abitazione. Infine la classe media ha avuto accesso al capitale, con la possibilità di accantonare piccole somme e di investirle, col rischio di perderle e la possibilità di accrescerle. Queste persone, comunque sia, non sono responsabili dei valori nei quali investono. I risparmiatori non possono decidere se le case valgono di più o di meno, o se l'Alitalia guadagna o perde. Possono solo scegliere dove mettere i loro soldi. Tuttavia, l'accrescimento del valore detenuto dalle famiglie è un elemento fondamentale per la civiltà dei paesi industrializzati e per la stessa tenuta dei sistemi democratici. Oggi la crisi nella quale ci troviamo sta mettendo a rischio a livello globale i valori mobiliari e immobiliari, abbattendo con ciò la ricchezza delle famiglie. Si tratta di una crisi che può avere gravi conseguenze. Ecco perché le discussioni tra liberisti e statalisti (che si sono invertiti i ruoli, ma questa non è una novità) sono stucchevoli. La tutela del risparmio è la difesa di una forma sociale per la quale i lavoratori hanno lottato da secoli. Se dovesse cedere sarebbero proprio i lavoratori a pagare il prezzo più alto. Quindi facciamo attenzione ai demagoghi che ci vorrebbero far credere in un 'crepuscolo degli dei' del quale godere. La maggior parte di noi ha quattro mura e un po' di soldi investiti. Ma sono il risultato di generazioni di lavoro e di fatica. Se le vedessimo svanire non ci sentiremmo molto bene.

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