Un'altra università è possibile
Far funzionare più che riformare
Eliminare le disparità sia fra gli studenti che fra i professori
Premesso che non voglio iscrivermi alla lista dei riformatori dilettanti, vorrei riprendere il punto che concludeva l'articolo precedente, dove usavo la metafora della leva per parlare di un modo di fare le riforme dell'Università.
Partiamo da un punto che consideriamo inamovibile. Per esempio: che ogni studente iscritto deve frequentare. Poi ne traiamo le conseguenze.
Se ogni studente iscritto deve frequentare, ci vuole una sedia per ogni studente (e tutte le altre attrezzature, dai bagni alle mense ecc).
Per dare una sedia ad ogni studente bisogna sapere con un certo anticipo quanti sono.
Per sapere quanti sono bisogna anticipare la chiusura delle iscrizioni e programmare la didattica. E' inoltre indispensabile prevedere un numero massimo (non usiamo il termine numero chiuso), basato sullo storico e sulle previsioni possibili, dato che il numero e le dimensioni delle aule non può aumentare magicamente oltre un certo limite.
Perché un docente della stessa materia ha 40 allievi a Udine e 2 mila a Roma?
Secondo punto: gli studenti sono divisi tra privilegiati e inferiori, o sono tutti uguali? Se sono tutti uguali, hanno tutti diritto ad avere più o meno la stessa proporzione studenti/docenti. Ci possono essere differenze tra un Corso di laurea e un altro, e tra un insegnamento e un altro, per esempio in un in un laboratorio di progettazione il rapporto può essere 25/1, mentre in un insegnamento teorico di letteratura si può pensare anche a 100/1. Ma non si può pensare che a Comunicazione a Roma abbia il rapporto sia 2000/1 e a Udine 40/1, visto che pagano la stessa cifra ed entrambi gli Atenei sono statali. E questo vale anche per il resto: biblioteche, mense, servizi di assistenza, ecc. Insomma, ci devono essere degli standard di erogazione del servizio. Oggi, l'Italia è molto più che federalista. Alcune scuole (purtroppo in genere nel sud) sono più simili all'Africa sub-sahariana che a quelle del Nord.
Terzo punto: i docenti sono uguali anche loro? Se lo sono, può un docente che insegna a 5 studenti essere pagato come uno che insegna a 100 (vuol dire 100 esami, molte più tesi, molti più ricevimenti ecc).
Mi sembra che siano principi che non sono né di destra né di sinistra, non mi sembrano né centralisti né federalisti, né clericali né laicisti.
Partendo da punti indiscutibili, si possono derivare le soluzioni. Si chiama metodo 'bottom up' (dal basso all'alto) opposto al metodo 'top down', dall'alto al basso. Invece di chiedermi "Come devo riformare l'Università?", mi chiedo "Come farle fare ciò che non riesce a fare?"
Supponiamo che si decida che gli studenti di semiotica devono essere non più di 100 per classe e non meno di 10 (le cifre sono ipotetiche). Vale a dire, con 110 studenti devi fare due classi da 55, con 109 ne devi inviare 9 ad un altro ateneo o corso di laurea. Sempre che tu abbia un'aula da 100. Se non ce l'hai, il numero di iscritti che puoi accettare sarà adeguato alle strutture.
Infine, una parte del salario del docente sarà legata alla produttività didattica, quindi anche al numero di studenti.
La ricerca è importante, ma è più urgente intervenire sulla didattica
Il dibattito sull'Università è spesso orientato sul tema della ricerca. Ma la soluzione dei problemi dell'Università deve - a mio parere - partire dalla didattica. La ricerca in realtà richiede minori interventi, perché si può organizzare bene anche localmente. Mentre lo standard del servizio formativo deve essere nazionale, è del tutto normale che a Sassari si faccia ricerca sulla civiltà Nuragica e a Trieste in astronomia, e può capitare che a Sassari si facciano grandi scoperte e a Trieste no.
Ora sta arrivando la riforma Gelmini e ne parleremo. Non voglio annoiare i miei lettori, ma non credo sia personalistico parlare di Università. L'Università non è più il mondo chiuso degli intellettuali e della borghesia ma un servizio universale e di importanza essenziale per la comunità. Il 90% dei costi dell'Università lo paga chi NON vi manda i suoi figli (dati approssimativi). Ma i benefici dovrebbero arrivare a tutti. Negli USA i genitori vanno spesso a vedere il college e seguono i figli nel loro percorso. In Italia i ragazzi vengono ossessionati fino alla maturità, poi non si vede nessun genitore fino alla tesi. Vediamo ragazzi fare un triennio in 5-6 anni e da casa pagano e tacciono. Come se l'Università fosse un lusso o un divertimento. Anche di questo bisogna parlare.
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Dalla (Maria) Stella alla Stalla (Gelmini)