E Mazzini rimpiazzò Sant’Andrea
Quando il borgo era il covo dei repubblicani
Il quartiere si scontrò spesso con i "clericali" di San Giovanni
Borgo Sant'Andrea nel 1871era il più popoloso della città con 1904 abitanti. Ma ormai era detto Borgo Mazzini. E tutt'ora la sua via principale è dedicata d Aurelio Saffi. Come mai?
Perchè quello fu il borgo dei repubblicani e dei garibaldini, quando San Bartolo (San Giovanni) era dei clericali. E già fin dal 1821 si verificarono scontri fra i due quartieri, dalle ragazzate alla vera guerriglia urbana.
Dopo l'unità, a Rimini il foglio dei repubblicani era "Il Nettuno" di Domenico Francolini, (amico anche di Giovanni Pascoli) che passava fra l'altro per "l'uomo più bello di della città". Il giornale predicava la concordia fra le fazioni progressiste per conquistare il municipio. Il cemento dell'alleanza era l'anticlericalismo, con la Chiesa additata a simbolo dell'oscurantismo e della reazione, ma anche della miseria. I repubblicani auspicavano la trasformazione "industriale", che però, nonostante la caduta del suo presunto nemico clericale, ancora non si vedeva.
Anzi già nell'estate del 1874 erano scoppiati in Romagna tumulti "della miseria" e "della fame". Ma la Consociazione repubblicana romagnola produsse un documento prudente. I repubblicani volevano la rottura dell'ordine esistente - "il nostro Dio non è quello dei preti, il nostro popolo non è quello del re" - ma non la lotta di classe, bensì equilibrio e armonia tra le componenti della società.
Sempre nel 1874 tra gli arrestati di Villa Ruffi ci furono anche repubblicani riminesi come lo stesso Francolini (ormai sulla via dell'anarchia), Domenico Bilancioni e Camillo Ugolini.
Proprio Ugolini nel 1877 divenne sindaco. Non passò un anno che la giunta cadde per un grave incidente istituzionale: alla morte di re Vittorio Emanuele II, non si volle esporre il tricolore dal balcone comunale.
Dopo l'eccidio di Conselice del 1890 - le fucilate dei carabinieri fecero tre morti e diversi feriti fra mondine e braccianti che sotto il municipio chiedevano "pane e lavoro" - fu chiaro che i repubblicani avevano ormai perso la leadership dei movimenti popolari in Romagna. Sorsero le cooperative dei braccianti, mentre l'iniziativa politica era passata ormai ad anarchici e i socialisti. Ma almeno era stata consumata la beffarda "vendetta" nei confronti di San Giovanni, che si era vista denominare la sua via principale "XX Settembre", la data di Porta Pia!
Fonti: Angelo Varni, Storia illustrata di Rimini I; Andrea Casadio, Storie e luoghi di Romagna; Giuseppe Mazzini, Una notte di Rimini nel 1831; Antonio Montanari, Storia di Rimini dal 1859 al 2004.
La battaglia delle Celle del 1831
Così Rimini divenne un caso internazionale
Nel 1831 a Rimini fu scritta una pagina importante della storia risorgimentale: la battaglia delle Celle, quasi a suggello del "proclama di Rimini" di Gioacchino Murat, che sedici anni prima aveva incitato gli italiani alla guerra contro l'Austria.
La "battaglia" fu una scaramuccia fra austriaci e raccogliticce truppe in ritirata comandate da Carlo Zucchi sotto le bandiere del "Governo delle Province Unite", che aveva temporaneamente spodestato i ducati emiliani e le legazioni pontificie di Bologna e Romagna. Ma gli austriaci furono fermati e la ritirata riuscì fino ad Ancona.
A dare rilevanza internazionale all'episodio fu Giuseppe Mazzini, esule in Francia, con sua prima opera politica: "Una notte di Rimini nel 1831". Mazzini ne traeva la dimostrazione che anche l'impero asburgico poteva essere affrontato, che i ducati e lo stesso stato pontificio potevano crollare per un nonnulla, mentre era chiaro che gli italiani dovevano contare solo su se stessi per liberarsi dallo straniero e dai vecchi regimi, senza dover aspettare l'intervento delle potenze.
L'incipit dell'opera è iscritto nella lapide posta dai Riminesi in via Saffi nel 2005, in occasione del bicentenario mazziniano.
Riminesi in camicia rossa
Il garibaldino riminese più celebre (sebbene nato ad Anzio) fu senza dubbio Amilcare Cipriani (1843-1918), che combatté a San Martino nel 1859, in Sicilia nel '60, sull'Aspromonte nel '62, in Trentino nel '66, in Francia nel '70. Ma non fu il solo: nel 1859 furono ben un migliaio gli abitanti di Rimini e del "contado" a seguire Garibaldi nella seconda guerra d'indipendenza. Invece, l'anno dopo fra i Mille oltre a Cipriani risulta solo Giuseppe Aranesi, residente a Rimini ma bergamasco. Nel 1866 però dal circondario partirono con la camicia rossa in 280. E 18 Riminesi andarono in Francia nel '70 a difendere la repubblica della Comune nata dopo il crollo del secondo impero; ben sette di loro morirono a Digione: Nino Carradori, Germano Ceccarelli, Sante Medici, Fidenzio Parigi, Leonida Rastrelli, Bruto Serpieri, Marco Zavoli.
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