Correre in bicicletta per sfuggire ai morsi della fame

RIMINI - Notizie sport - mer 04 nov 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Aurelio (Berto) Ugolini vinceva senza impazzire di gioia

La bicicletta, per me, è una sfida a ritroso ed ogni volta che percorro, su quel meraviglioso traliccio, (ormai sempre più piano) antiche e conosciutissime strade, navigo, con la memoria, verso cimiteri lontani. In quanti a Rimini si ricordano di Aurelio (Berto) Ugolini? Ugolini, nato nel 1916, era stato, in gioventù, uno dei più promettenti "dilettanti" italiani. Usciva da una famiglia povera del "Comasco". Una famiglia nella quale, tutti i componenti, portavano per il mondo, da generazioni, la rassegnata mestizia, di chi, per sorte, possiede la consapevolezza d'essere condannato a soffrire comunque. La fatica li avvolgeva come un lercio sudario. Abituato, fin dalla fanciullezza, a sopportare il peso dei più usuranti lavori, Aurelio Ugolini, aveva sviluppato quadricipiti ipertrofici e polmoni capienti che sapevano assecondare il di lui cuore bradicardico in furibonde alternanze di diastole - sistole, al punto che gli era possibile far mulinare, con facilità sorprendente, moltipliche spaventose. Il correre in bicicletta fu un tentativo di sfuggire ai morsi della fame. Le corse con i loro premi esercitavano un fascino, per lui, morboso. C'erano, a quel tempo, (parliamo degli anni 30) le gare della G.I.L, quelle dei "Liberi". Competizioni che si disputavano su distanze ragguardevoli (anche 200 chilometri), alle quali prendevano parte i meglio fichi del bigoncio locale: Renato Fontemaggi, Ribelle Saponi, Amelio Fabbri, Sesto Fellini, Armando Battistini, Armando Cucchi, Ivo Pozzi. A volte succedeva che lui ed Amelio Fabbri (E Screcch) partissero da Rimini in sella alla bici con lo scatto fisso per partecipare ad una riunione in pista a Molinella o a Ferrara o a Bologna. Percorrevano la via Emilia nella scia di qualche camion e quindi, una volta giunti, gareggiavano in logoranti "americane", in impietose "eliminazioni". Correvano in coppia. Ugolini, fedele al proprio ruolo, si sobbarcava la fatica maggiore del "tirare", Amelio Fabbri, aristocratico del muscolo, sfuttava il lavoro del compagno per piazzare il proprio sprint vincente. Ritornavano poi di notte, gravati di fatica e di premi in natura che spuntavano dalle capaci tasche delle maglie, rigorosamente di lana, o che ballanzolavano appesi ai tubi orizzontali delle biciclette. Riportò vittorie e piazzamenti un po' dovunque. Molte corse che avrebbe potuto facilmente aggiudicarsi le vendette, come quella volta alla Coppa "Ettore Pasini" del 1936, in cui lasciò via libera ad un Glauco Servadei che (si correva a Forlì) ci teneva oltremodo a trionfare in casa sua. Poi scoppiò la guerra ed il nostro uomo venne arruolato in marina e mandato all'isola di Rodi. Anchè lì trovò la maniera di gareggiare e di racimolare qualche soldo.
Al margine della strada sul filo dei quaranta-cinquanta orari
Nel dopoguerra, rientrato a Rimini, si impiegò nell'azienda elettrica Alto Savio, quindi, allorchè ci fu la nazionalizzazione passò all'Enel. Si sposò ed ebbe due figli. Ormai le corse erano un ricordo. Solo alla fine dgli anni 60, quando il "bagherone" del pedalare, si insinuò negli animi di velleitari borghesi e tutti scoprirono i vari "marchi": Colnago, De Rosa, Pinarello, Masi, Marastoni; in quegli anni in cui entrarono nell'agone agonistico amatoriale personaggi digiuni di qualsiasi cultura ciclistica, "Berto" Ugolini, ritornò nella lizza. Immediatamente impose la sua legge. Ora che poteva allenarsi con agio e mangiare a sazietà, erano in pochi coloro che si permettevano di contrastarlo. Nel volgere di otto anni vinse più di cento corse. Vestì la maglia tricolore di Campione Italiano veterani. La tattica era sempre la stessa: si metteva al margine della strada e lanciava i suoi settantacinque chili di solidi muscoli in un esercizio di miracoloso equilibrio sul filo dei quaranta-cinquanta orari. Ingobbito aerodinamicamente, con il capo reclinato da un lato e gli occhi fissi alla curva imminente, mulinava il suo rapportone. I frilletti, tutti perbenino, si sderenavano inutilmente nella sua scia, i capobastone del gruppo ringhiavano improperi ma lui era ormai lontano. Vinceva senza dare in escandescenze, senza impazzire di gioia. Non gli piacevano gli sdilinquimenti. Se un avversario commetteva una scorrettezza non esitava ad aggiustare lo sgarbo appioppando al malcapitato quattro sonori ceffoni. Se ne andò divorato dal diabete che aveva settant'anni. Lo rivedo nella bianca stanza dell'ospedale, con una gamba amputata, oppresso da un cupo mortale abbattimento. Se ne andava aderendo al suo originario destino , con discrezione, standosene in silenzio, perché (ed io ne sono convinto da tempo) per i poveri, o per coloro che sono stati poveri, il dolore come la morte non fa né meraviglia né dispetto.

 

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