Tre Michael per il cinema
Nelle sale tre uscite autunnali da non perdere
Jackson, Moore e Haneke alla prova del botteghino
Michael Jackson's This is it
Kenny Ortega, il produttore dei concerti che Jackson avrebbe dovuto tenere a Londra la scorsa estate, aveva promesso un evento senza precedenti.
Forse aveva ragione. "This is it" è il film documentario da lui diretto girato durante le prove dello spettacolo allo Staples Center di Los Angeles. Il documentario mostra sperimentazioni e performance da brivido con l'artista apparentemente in ottima forma fisica. Padrone del palco, Jackson è autorevole nella direzione dello spettacolo e nel rapporto con gli artisti e i musicisti. Dopo l'anteprima a New York e in altre capitali mondiali il film arriva in Italia sulla scia della tragica e dolorosa scomparsa dell'artista. La pellicola dovrà passare attraverso le critiche degli esigenti fan, ma pare avere le carte in regola per farlo.
Per i fan di Jacko e per chi ama lo spettacolo.
Capitalism: A Love Story
Ora che l'elezione di Obama ha rincuorato una nazione triste, Michael Moore torna ad affrontare in questo film, presentato con successo a Venezia, l'impatto disastroso delle corporation sulla vita di tutti. Come in "Roger & Me" (pellicola di vent'anni fa) Moore trova le giuste chiavi di lettura e realizza una delle sue pellicole più a fuoco.
Nessuno ne esce innocente. Dalla middle America fino al potere istituzionale di Washington, passando per l'inferno di Wall Street.
Un punto di vista stimolante per capire l'origine della crisi odierna e del marcio che prospera attorno al denaro.
Per chi vuole capire il mondo contemporaneo anche attraverso il cinema.
Il nastro bianco
Michael Haneke con questa pellicola ha trionfato a Cannes.
L'inquietante regista austriaco ci porta nel 1913, in una scuola di campagna della Germania del nord dove avvengono strani eventi.
Un cavo teso fa inciampare il cavallo del medico, un granaio va a fuoco, due bambini vengono rapiti e torturati. Tutti gli eventi sembrano provocati per punire. Ma chi c'è dietro?
Haneke continua con lucidità a scandagliare le relazioni tra gli esseri umani. In questa occasione, con un bianco e nero freddo e bergmaniano, il regista mostra un microcosmo opprimente, che pare essere humus perfetto per i germogli del nazismo.
Il film, algido e teso, ha convinto i giurati di Cannes, ma chi ama un cinema leggero e di facile fruizione si deve tenere lontano dall'opera di Haneke.
Per chi viceversa è interessato al cinema europeo di qualità e crede in una politica degli autori contemporanea, il "Nastro bianco" diventa una pellicola imprescindibile.
A voi la scelta.
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