Una sedia per ogni studente
Una riforma piccola ed enorme
Gli atenei scoppiano, ma è più comodo scoraggiare le presenze piuttosto che fornire servizi adeguati
Università, una qualsiasi, anche molto vicina a noi. Primo anno, primo giorno di lezione. L'aula è pronta, pulita e luminosa. Arrivano i primi studenti. In anticipo, perché è il loro debutto, e sono emozionati. Iniziano a prendere posto. Come sempre, i più chiassosi in fondo, i più diligenti davanti, le belle fanciulle in mezzo, pronte a sorridere al bel prof, se sarà un bel prof. Pian piano l'aula si riempie. Puntuale arriva il docente. Inizia a sistemare il computer per proiettare le immagini. Il video funziona, tutto a posto. Gli studenti continuano ad arrivare.
Ben presto l'aula è piena. Chi entra cerca con gli occhi un posto. Ne resta qualcuno qua e là, i primi già si appoggiano alle pareti, in piedi. Il docente invita ad occupare tutte le sedie, gli studenti si intrufolano, si siedono in prima fila, sempre l'ultima ad essere riempita. Rapidamente, tuttavia, sedie e pareti sono piene, ma ragazze e ragazzi ne entrano ancora. Passano davanti a quelli in piedi, fino allo spazio attorno alla cattedra, si siedono per terra. Il docente inizia la lezione. Ora l'aula è stracolma. I ritardatari non riescono più a entrare. Il numero previsto dalle norme di di sicurezza è ampiamente superato. Si è già violata una legge. Se dovesse accadere un incidente, ci sarebbero responsabilità colpose. Ma siamo in Italia, le leggi non si rispettano. Qualcuno resta a sbirciare dalla porta, altri ciondolano nell'atrio, altri se ne vanno. Al bar, magari a chiacchierare e divertirsi, come non divertirsi a vent'anni? Ma per loro la prima lezione non ci sarà, che il prof sia un Adone o un mostro.
Con qualche variante, questa scena si ripete nell'Università italiana da 40 anni. Perché?
Il primo motivo è che nessuno sa quanti studenti sono iscritti. In molti corsi di laurea, infatti, le iscrizioni si chiudono a ridosso dell'inizio delle lezioni e proseguono anche dopo. Certamente, se un corso ha 200 matricole, difficilmente ne avrà 400 l'anno successivo. Tuttavia, credo che siamo l'unica università al mondo ad accettare iscrizioni con tanto ritardo. Senza fare come negli USA, dove il college si sceglie il penultimo anno delle superiori, chiudere le iscrizioni in primavera consentirebbe di avere una migliore programmazione. La maturità promuove il 90% dei candidati, solo qualcuno non potrà iscriversi.
Ma il vero problema è un altro.
Quasi nessun corso di laurea obbliga alla frequenza. La maggior parte possono essere seguiti sia venendo in aula sia stando a casa. Di per sé nulla osta che si possa prendere una laurea senza assistere alle lezioni, ma resta un'eccezione, riservata a studenti lavoratori, adulti o che hanno particolari problemi di mobilità. Andare all'università significa frequentare. I corsi per non frequentanti sono progettati e costruiti in modo diverso. Anche nel paese che ha inventato il Web, gli USA, le università sono luoghi da vivere concretamente.
Ebbene, non essendo necessaria la frequenza, non sapendo (in teoria) quanti studenti sono iscritti, l'università italiana non si sente obbligata a dare una sedia ad ogni studente. "Comunque, dopo le prime lezioni calano" - ci diciamo noi docenti nei corridoi e nei consigli. Ah, quale capacità profetica! Calano per forza, tanto non ci entrano. Ma il bello è che abbiamo appena varato una serie di iniziative per seguire gli studenti che non si laureano, e spingerli a frequentare di più. Come spesso fa il burosauro italiano, ti ordina di avanzare retrocedendo.
Diciamo allora che uno studente ci resta male. Ha pagato la sua iscrizione come gli altri, perché non ha lo stesso servizio? Può esigerlo dall'università? No, perché, ancora oggi, l'università statale italiana non stipula un contratto formativo, non mette nero su bianco che cosa darà allo studente in cambio del suo contributo. Non garantisce nulla. Quando ti iscrivi, firmi una cambiale in bianco.
A questo punto, supponiamo che lo studente si senta ingiustamente maltrattato, e, assieme ai suoi genitori, decida di denunciare l'università per danni.
E allora, inizierà una causa civile.
Vedo già che sorridete. Ma noi italiani, si sa, ridiamo per non piangere, come Pulcinella.
PS: Perché non si rimanga con l'amaro in bocca e non mi si accusi di disfattismo, dichiaro che si potrebbe cambiare, e anche subito. Basta una legge che dica: "ogni studente iscritto deve avere una sedia". Un governo così decisionista e riformista può farlo. Silvio, pensaci tu! E' più facile del ponte sullo stretto. Come potranno opporsi i perfidi pennivendoli comunisti?
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