Il Pd che sarā, se sarā

RIMINI - Notizie primo piano - mer 21 ott 2009
di Stefano Cicchetti

 

Ultima spiaggia o alba di rinascita?

Domenica 26 le primarie per eleggere il segretario dei democratici

Domenica il Partito Democratico va alle sue primarie per scegliere il segretario. Bersani, Franceschini o Marini: questa la scelta. Ma chiunque sarà il vincitore, dove andrà poi effettivamente il secondo partito italiano, il primo in alcune regioni compresa la nostra, non è chiaro per nessuno.

Si dice che il Pd non funzioni perché è la semplice sommatoria di ex-comunisti ed ex-democristiani. Ma ciò che più fa difetto ai democratici è proprio quello che teneva insieme la Dc e il Pci: la capillare presenza nel “territorio” e un’identità che abbia la forza di una fede. Ciò che pare riuscire oggi solo alla Lega, per quanto in ambiti limitati.

Ciò nonostante, la partecipazione alle vicende non certo felici del Pd è molto alta. Secondo alcuni osservatori, fin troppo alta. Gli italiani, dice questa scuola di pensiero, vogliono seguire adoranti un capo, non sceglierselo da soli. L’immagine di un partito che discute al suo interno viene vista come litigiosa, non come democratica: “Quelle cose lasciamole fare agli americani”.

Il Pd non ha voluto, o potuto, dar retta a questi argomenti. Tutt’al contrario, si è dato un regolamento congressuale quasi suicida, con il voto degli iscritti disgiunto da quello degli elettori. Il che potrebbe portare a conseguenze devastanti, se i risultati fra le due consultazioni saranno differenti. Non bastasse, molti leader stanno a guardare e alle primarie non voteranno: Chiamparino e Cacciari, per esempio. Ed altri, come Rutelli e Fioroni, vengono dati con le valigie in mano.

Il clima insomma è da ultima spiaggia. Chiuso nell’angolo, il Pd rischia di essere tagliato fuori dai giochi ormai aperti per la successione a Berlusconi. L’alternativa sembra essere solo fra svolgervi un ruolo marginale, o non ricoprirne alcuno.

Insomma l’elettore del Pd fa fatica a vedere al luce. Eppure solo lui la può accendere. Andando a votare, ovviamente, perché la legge dei numeri è l’unica che non può essere messa in discussione. Dopo di che sarà solo un inizio: l’ennesimo. C’è da costruire tutto e il nuovo segretario avrà il suo bel daffare. Innanzi tutto dovrà lavorare duro per recuperare senso all’essere “riformisti” e “democratici”. In altre parole, un partito che si dice tale non può tollerare situazioni come quella descritta da Report domenica scorsa, in una puntata dedicata a Forlì e al suo distretto dei divani imbottiti. Se il rispetto delle regole viene meno proprio in un territorio dove si è governato da sempre, se chi denuncia le irregolarità viene perfino emarginato, l’elettore democratico se ne infischia che le responsabilità siano anche di altri, dallo stato che non controlla al governo che diminuisce le sanzioni contro il lavoro nero.

Queste le premesse minime, che ancora però non bastano per un programma politico. La gente ha bisogno di soluzioni ai suoi problemi. Punto. Se il Pd ne sarà proporre di efficaci e di convincenti, si troverà però in una posizione di grandissimo vantaggio rispetto a tutti i suoi concorrenti. Perché sarà l’unico partito italiano a poter dire di essere nato davvero dal basso. Tanto è vero che nelle altre compagini i congressi neppure si tengono più. E allora tutti i fattori che ora vengono detti di debolezza, per il Pd saranno il fondamento di una grandissima forza.

 

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