Il lodo nettarina

RIMINI - Notizie satira - mer 07 ott 2009
di Lia Celi

Le rinunce di fine stagione
La dura lotta per fare a meno di un piacere goloso

Ho detto basta. Quella di ieri era proprio l'ultima. Ormai ero arrivata a una-due al giorno, dopo i pasti, e non mi davano più nemmeno tanto gusto, tant'è che a volte le lasciavo a metà. Erano un rito, un tic, un vizio da godere in solitudine, o da condividere al massimo con il mio figlio più piccolo, che ne va matto, e quando me ne vede una in mano strepita e allunga il braccino per prenderla. E io? Gliela cedo, naturalmente, e lo guardo compiaciuta mentre la consuma fino all'ultimo.
Prima che mi denunciate per istigazione di minore al tabagismo, meglio chiarire che non sto parlando di sigarette, ma di pesche. Io le adoro. Primo, perché, come tutta la frutta, mi permettono di recitare uno dei ruoli più utili e nonviolenti previsti dal copione di Madre Natura, quello del bestione goloso che si sbafa la pesca e in cambio fa da tassista per il nocciolo. Secondo, perché le pesche romagnole sono in assoluto le migliori del mondo, con buona pace degli americani, i soli a produrne più di noi, ma quanto a sapore lasciamo perdere (e parlo per averle assaggiate sul posto).
Ma, ahimé, la stagione delle pesche è finita. Oddìo, volendo si potrebbe andare avanti fino a ottobre inoltrato: l'offerta al mercato abbonda, e in questo autunno tiepido le pesche si «portano» ancora senza problemi, come i sandali e le maniche corte. Ma amo troppo questo frutto per dirgli addio quando è ormai immangiabile. O forse non lo amo abbastanza per apprezzarlo anche nella sua fase terminale, quando è diventato una specie di spugna giallognola e insapore che sembra chiederti solo di poter andarsene in pace.
Meglio risparmiarci inutili sofferenze e staccare la spina. L'autunno non è la fine di tutto. E' solo un passaggio. Un giorno ritroveremo le nostre pesche, belle come prima, sui banchi del fruttivendolo - almeno nel campo dell'ortofrutta possiamo tutti credere nella resurrezione. E perfino in un dogma ancora meno accettato, qui in Italia: il ricambio generazionale. Lasciamo pure che la politica, il giornalismo e l'università pullulino di esemplari vizzi e bacati, ma sui banchi del mercato, vivaddìo, mandiamo in pensione al momento giusto la frutta che ha fatto il suo tempo e facciamo largo ai giovani. Quintali di mele vispe e rampanti chiedono la nostra attenzione a fine pasto. Eserciti di pere maturate nei migliori frutteti vogliono un seggio nel nostro portafrutta, preferibilmente nell'area cattolico-moderata.
Sì, perché con i suoi colori pacati e rugginosi e il suo sapore soft, la pera appare un frutto serioso, conservatore, come suggeriscono anche i nomi delle varietà: Abate, Kaiser, Conference, Decana. Più trasformista la mela, che si presenta in vari colori, dal giallino al verde brillante, passando per il rosso acceso, e può coprire tutto l'arco costituzionale (sempre del portafrutta, beninteso). Cachi, fichi e melagrane, così tipici ma numericamente poco rappresentati, vanno iscritti nel gruppo misto del Parlamento della frutta, dove noci e mandorle sono i senatori a vita. Ma quando una banana va a male, non c'è lodo Alfano che ci obblighi a tenercela. Le leggi «ad fructum» ancora non esistono, per fortuna.

http://www.liaceli.com/

 

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