Il risveglio davanti alla meraviglia

RIMINI - Notizie cultura - mer 07 ott 2009
di Alessandro Giovanardi

 

I tesori racchiusi Da Rembrandt a Gauguin a Picasso a Castel Sismondo

La mostra fornisce l’occasione per riscoprire la storia della pittura

Uno degli utilizzi migliori che si può fare di una grande, spettacolare esposizione come Da Rembrandt a Gauguin a Picasso: l'incanto della pittura (Capolavori provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston, Castel Sismondo, 10 ottobre 2009-13 marzo 2010), è trarne un viatico, un’iniziazione alla storia della pittura, un inizio d’innamoramento leggero e piacevole per chi alla materia si è sempre interessato poco (o nulla) e desidera affinare il proprio sguardo, cominciare un cammino che troverà poi altrove i mordenti storici e critici necessari a una vera crescita estetica e intellettuale. L’incanto non è mai sufficiente, occorre la lenta, lunga meditazione – lontano dal clamore dell’evento – eppure il pensiero si risveglia proprio davanti alla meraviglia, al grande brivido evocato da un rosario di capolavori o, da un solo unico, potente dipinto. Se oltre al successo di pubblico la mostra avrà suscitato una manciata di “risvegli” si sarà colto un indiretto ma più alto obiettivo. A chi scrive non spetta altro che offrire qualche consiglio, si spera non inutile. Se dal Ritratto di donna dipinto nel 1910 da Pablo Picasso – immagine scomposta e ricomposta per offrire una nuova, più profonda sintesi del volto umano – si potesse andare a ritroso, fino a Van Dick, a Velasquez, a Rembrandt, si scoprirebbe, in una sorta di shock estetico e filosofico, la perfetta, antica sintesi di tutti gli stati emotivi dipinti in un viso, senza attraversare le geniali lacerazioni picassiane. Sintesi che il Novecento ha perduto, messo in scacco non tanto dalla fotografia, ma dall’interiore disfacimento dell’antica identità classica e cristiana dell’uomo europeo. Così il Paesaggio con due donne bretoni di Paul Gaugin, con i suoi riferimenti alle vetrate e agli affreschi romanici e gotici di Francia, è segretamente gemello della compatta devozione del San Domenico in preghiera del Greco, dipinto quasi tre secoli prima: al tramonto del Manierismo, il pittore greco-veneto-ispanico, trascinandosi la sua arcaica, matematica visionarietà bizantina, recupera elementi gotici, medioevali e, guardando al passato, si fa alfiere del nuovo, del Barocco. Così Gaugin, nostalgico di civiltà religiose primitive, precede il simbolismo e, a volte, in dettagli allucinati, risulta addirittura astratto o informale. E dietro a Gaugin, Matisse (si veda il Vaso di fiori, 1924) è tutto rapito da insegnamenti bizantini, orientali, indiani, cinesi, che risplendono con la loro aureolata felicità in oggetti comuni, quotidiani, borghesi. Una gioia contemplativa che si era già annunciata negli stagni con ninfee, nei pagliai al tramonto di Claude Monet.

 

 

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