Il record più veloce della storia

RIMINI - Notizie sport - mer 23 set 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport

Il riminese Giorgio Cetera nel 1951 stabilì la miglior prestazione italiana nel nuoto a farfalla, ma il giorno dopo…

E’ questa la storia minimalistica di un nuotatore riminese, il quale negli anni tribolati dell’immediato dopoguerra stabilì il record italiano nei cento metri farfalla. Giorgio Cetera, classe 1931, mi riceve nella sua casa di via Clodia, dove in vecchie stanze, in bui corridoi, tra una ciurmaglia di scartabelli ingialliti, si elevano ovunque pile di libri. In una sorta di magia della casualità, di ibridità diabolica volumi accatastati convivono insieme ad una popolosa famiglia di utensili sbrecciati, di decrepiti oggetti cariati, di ninnoli incongrui. Fotografie in bianco e nero accompagnano lo sfavillante tessuto dei ricordi, sul quale la fantastica memoria del mio ospite caprioleggia con matematica chiarezza. 

“Eravamo in tempo di guerra – inizia a raccontare Giorgio Cetera - il maestro Italo Roberti e Giuseppe Fabbri insegnavano il nuoto al Club Nautico, che a quei tempi era situato alla foce dell’Ausa. Videro che promettevo bene e nel giugno del 1943 mi condussero, in qualità di riserva, ai Campionati Italiani per società che si tenevano a Bergamo. Da Milano a Bergamo viaggiammo su di un carro bestiame. Nella città lombarda alloggiammo presso un convitto retto da religiosi. Mangiammo ciò che le nostre madri ci avevano preparato per affrontare il viaggio. I risultati che riportammo furono modesti. Il ritorno a Rimini fu pertanto assai mesto. Fino ad allora le estati si erano susseguite igenuamente spensierate e noi, sul porto, avevamo cercato di mettere in atto i consigli che ci propinava Eolo Cecconi, l’unico tecnico al mondo, credo, che abbia insegnato nuoto, senza saper nuotare. La guerra ci distolse dai nostri sogni ma poi, calmatesi le acque, riprendemmo i nostri giocattoli. Si sa: lo sport è magnificamente superfluo come il dolore e va in frantumi in tempi di sopraffazione ma proprio perché non andasse sciupata la nostra giovinezza, decidemmo, nonostante tutto, di fare qualcosa che ci aiutasse a vincere lo squallore nel quale per troppo tempo eravamo sprofondati. Riprendemmo le gare. Nel 1947 partecipai ai Campionati Italiani che si disputavano a Roma insieme a Glauco Semprini, Romano Neri (il ginnasta), Cicci Bedini. Alloggiammo nell’abitazione di mio zio, in via Giusti 3. Mi classificai terzo nei 200 e secondo nei 400 stile libero. Glauco Semprini vinse i 100 dorso. Poi, il prof. Pagnini mi convinse a dedicarmi al pentathlon moderno. Il 1948 era l’anno olimpico. Venni convocato nella squadra azzurra. A Roma, alle terme di Caracalla, si tenevano le prove di selezione. Partecipavano: Facchini di Roma, Cigolo e Cecconidi Pesaro, Sanguinetti di Lavagna, Iselio di Torino, Semprini ed io di Rimini. Mi imposi con facilità nei 300 stile libero. Tuttavia, per motivi che con lo sport non avevano nulla a che fare, restai a casa. Ci furono altri meeting ed altre gare. Feci una fuggevole apparizione nella palla a nuoto. Quindi a Venezia nel 1951 feci il record italiano sui 100 a farfalla. Neppure il tempo di festeggiare che, il giorno seguente un tal Pigolini, a Milano, riuscì a batterlo. Credo che il mio, sia stato il recod più effimero della storia del nuoto. In seguito partecipai ai Campionati Universitari gareggiando per il Cus Bologna, ma a quel punto potevo considerarmi un ex atleta. Nel 1956 mi laureai in veterinaria con una tesi sulla Tubercolosi bovina. Inizia la libera professione. Da notare che il mio primo cliente aveva nome Fortuna. Lo ritenni beneaugurante. Dopo qualche tempo mi impiegai presso il Macello Comunale e lì, per diversi anni esercitai la carica di direttore sanitario”. 

Tutto questo mi ha raccontato il dott. Cetera nella vecchia casa di via Clodia e tra una molteciplità di rimandi e di reminiscenze lì, tra vecchi arnesi inquietanti, oggetti stantii, assemblage di detriti, in quell’immenso tandlmark di ciarpe, cianfrusaglie e libri, ho avuto l’impressione che nel di lui racconto ci fosse la volontà di riordinare l’insensatezza della vita e di spremerne, nonostante tutto, “ferite di gioia”.

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