Da Rembrandt a Picasso, consigli per l’uso

RIMINI - Notizie cultura - mer 23 set 2009
di Alessandro Giovanardi

 

A Castel Sismondo 65 tele provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston

In mostra anche capolavori del XVI e XVII secolo

L’ampia esposizione "Da Rembrandt a Gauguin a Picasso: l'incanto della pittura" (Castel Sismondo, 10 ottobre 2009-13 marzo 2010) vuole essere in tutto e per tutto una mostra limpida, piacevolissima, comprensibile a tutti, capace di far godere e stupire lo sguardo, senza farlo inciampare in problemi di comprensione e lettura. 65 tele provenienti dalle raccolte d’arte europea del Museum of Fine Arts di Boston, per costruire una sorta di diorama delle eccellenze pittoriche occidentali – dal tardo Cinquecento al primo Novecento – un lussuoso manuale della pittura moderna senza nessun’altra intenzione storico-critica se non quella di evidenziare i lenti o repentini mutamenti di stile. Eppure, per far buon uso di quest’occasione visiva, è lecito offrire dei consigli, suggerire dei percorsi più complicati ma indubbiamente più saporosi. E si può cominciare col riflettere che i 65 indiscutibili capolavori provengono da una delle migliori istituzioni museali degli Stati Uniti e del mondo intero, fondata nel 1870 e inaugurata nel 1876; una collezione che raccoglie a tutt’oggi oltre 450.000 opere e che possiede persino una "succursale" a Nagoya in Giappone. Questi dati ci comunicano un’idea di museo assai diversa da quelle a cui siamo abituati: i grandi maestri della pittura che vedremo a Rimini si raccordano, in un unico ordinato "palazzo delle arti", a un’immensa tessitura di testimonianze che ampliano a dismisura i confini storici e geografici a cui si è abituati, quando si visitano le cosiddette “mostre di giro”. È opportuno segnalare, innanzitutto, l’apertura viva all’arte contemporanea, con una capillare campagna di acquisizioni e la fondazione di un’Accademia di Belle Arti (la prestigiosa Scuola del Museo). Ancora più importante è l’opportunità che il Boston Museum diede, nel 1917, al sommo storico e teorico dell’arte sacra Ananda Kentish Coomaraswamy (1877-1947) di continuare il suo lavoro nel campo ancora vergine della cultura figurativa orientale, trasferendo lì tutta la sua vasta collezione e fondando una sottosezione di arte indiana, la prima in un museo americano. Coomaraswamy si stabilì così a Boston, producendo la solida serie di libri, articoli e cataloghi che tuttora ne fanno una figura di primissimo piano nell’iconologia e un fondatore in questo ramo di studi. 

Il Museo fino ad ora ne ha continuato lo spirito conoscitivo e acquisitivo: le testimonianze delle civiltà sacrali d’Oriente (India, Tibet, Cina, Giappone, paesi islamici) non sono considerate meno rilevanti delle tele di quei maestri della pittura europea moderna che saranno presto ammirati a Castel Sismondo, evitando la fittizia, instabile contrapposizione tra arti belle e artigianato. Si pensi solo che i Monet, i Van Gogh, i Gaugin che si potranno contemplare a Rimini molto hanno assorbito del passato medioevale d’Occidente ma, prima d’ogni altra cosa, dell’estetica nipponica, indù, buddhista. Per non dire altro delle ascendenze etniche e primitive di Picasso e delle avanguardie.

A proposito: la mostra riminese, malgrado il titolo, è sentita, intesa dai più, come dedicata agli impressionisti e ai postimpressionisti; invece, si avrà l’occasione di scovare le pietre più luminose tra i dipinti del XVI e XVII secolo, partendo da maestri italiani come Tiziano e Moroni, per approdare alle visioni estatiche dei grandi maestri del Seicento: chi contemplerà i monaci perfetti, intemerati di Zurbaran, dovrebbe ricordarsi di Francesco Arcangeli che vi scorgeva affinità elettive con pittori a noi vicinissimi come il Centino ferrarese (ma riminese d’adozione), il Pronti cattolichino, il Sassoferrato marchigiano. Chi inoltre avrà il cuore di contemplare a lungo il superbo dipinto di Francesco Cairo (da confrontare con l’Erodiade di Vicenza, si troverà di fronte a un rito eucaristico satanicamente rovesciato, rivelatore di un erotismo violento e necrofilo, che è denuncia sontuosa e inquietante del male. Infine, il magnifico ritratto di Gongora eseguito da Velasquez è l’indice più chiaro che la contemplazione del bello in pittura è anche sfida dell’ironia amara e sapiente, della malinconia cupa e saturnina, dell’intelligenza consapevole e aspra, della nobiltà dello spirito che molto ha attraversato. Qui la visione piacevole si spezza a favore del pensiero, che è, tuttavia, un piacere più adulto e intenso.

 

 

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