Quando Rimini funzionava ad acqua
Nel XV secolo in città c’erano quattro mulini da grano
E sul territorio mulini per cartiere, concerie e filande
I mulini da cereali fin dal Medioevo costituirono nel nostro territorio un importante aiuto per il lavoro dell’uomo: già dal X secolo iniziano ad essere annoverati nelle fonti locali, anche se sarà nel XVI secolo che troveranno diffusione su tutto il territorio, grazie anche ai numerosi corsi d’acqua che allora potevano beneficiare di una portata d’acqua molto più ricca rispetto ad oggi.
Nel basso Medioevo i mulini furono adibiti a svariate funzioni: oltre che alla molitura dei cereali, anche in cartiere, concerie, filande, segherie, frantoi, torni da falegname, ferriere, nella follatura dei tessuti, ecc.
A Rimini nel XV secolo si trovavano tre mulini da grano, di cui due sulla Fossa Patara: quello comunale nella contrada di Sant’Andrea e quello appartenente a Santa Maria in Trivio, e uno nella contrada di Santa Colomba, appartenente ai canonici. Nelle carte d’archivio riminesi si ipotizza l’esistenza di un quarto mulino nel borgo di San Genesio, sorto per mettere a frutto le acque dell’Ausa esterna: è infatti certo che così come sul Marecchia e sul Conca anche sull’antico Aprusa fossero collocati mulini, di cui oggi purtroppo non è rimasta traccia, a differenza delle numerose strutture conservate nella Valmarecchia, di cui i mulini Moroni e Sapignoli a Poggio Berni costituiscono forse gli esempi meglio conservati.
Il fatto che sui fiumi e i canali del territorio riminese insistessero tanti mulini rese necessaria una regolamentazione con specifiche normative e una magistratura apposita (il cosiddetto “Sindaco dei molini”), deputata a vigilare sul corretto comportamento dei mugnai e a comporre il permanente conflitto di interesse con gli ortolani che utilizzavano le acque a scopo irriguo.
Data l’importanza dell’attività dei mulini sotto il profilo annonario-alimentare, con ricadute strategiche sull’economia locale, la proprietà dei mulini era solitamente delle famiglie più potenti (con l’eccezione dei Malatesta, che ne avevano pochi ma controllavano che il possesso degli altri andasse a persone a loro gradite) e degli enti ecclesiastici più ricchi (il Monastero degli Olivetani di Scolca, ad esempio, dopo aver rilevato i beni appartenuti all’Abbazia di San Gregorio e all’ospedale di Santo Spirito, arrivò a possedere dieci mulini nella bassa valle del Conca).
Fonti: Oreste Delucca, “L’abitazione riminese nel Quattrocento” (Patacconi editore); Oreste Delucca, “La casa cittadina” (Pazzini ed.); Oreste Delucca, “I mulini ad acqua”.
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