Siamo ancora europei?

RIMINI - Notizie primo piano - mer 09 set 2009
di Stefano Cicchetti

 

Spirito critico e progresso

Chi non ha dubbi non va avanti

Attribuiscono la colpa di tutto esclusivamente agli altri, a forze estranee (congiure, agenti, dominazioni straniere sotto varie forme). Interpretano ogni critica come un attacco malevolo, come un segno di discriminazione, razzismo. I rappresentanti di queste culture considerano la critica come un’offesa personale, come un tentativo deliberato di umiliarli, perfino come un modo di infierire. Invece di sviluppare lo spirito critico, sono impastati di rancori, di complessi, di invidie, di insofferenze, di permalosità, di manie. Ciò li rende culturalmente, strutturalmente incapaci di progredire, di creare in sé una volontà di trasformazione e di sviluppo”-.

A qualcuno fischiano le orecchie? Niente paura. Il brano non parla affatto dell’Italia né dei suoi governanti. Tratta invece dell’Africa. Sono le parole di un vecchio colonialista inglese intervistato dal giornalista polacco Ryszard Kapuscinski (in “Ebano”, Feltrinelli). L’inglese contrappone orgogliosamente la “forza dell’Europa” ai limiti di molte altre culture, quali appunto quelle africane. E dove sta questa forza? “Risiede – spiega il britannico – soprattutto nella sua capacità critica e autocritica, nella sua arte di indagare e analizzare, nelle sue continue ricerche, nella sua inquietudine. La mentalità europea riconosce di avere dei limiti, accetta la sua imperfezione, è scettica, dubbiosa, si pone interrogativi. Le altre culture sono prive di questo spirito critico. Anzi tendono alla boria, a considerare perfetto tutto ciò che è loro, sono acritiche nei propri confronti”.

Dunque anche noi italiani, in quanto europei, dovremmo possedere questa forza. E allora come mai se estrapoliamo le frasi dal contesto ci sembrano un fedelissimo ritratto del nostro Paese e dei suoi atteggiamenti più comuni?

Di qui il dubbio: ma quanto siamo europei noi italiani nell’anno del Signore 2009? Siamo ancora capaci di progredire guardando in faccia alla realtà? Esaminando quel che non funziona per trovare i rimedi? O preferiamo fare le vittime, scaricare i problemi sugli altri? Buttare l’immondizia sotto il tappeto, coprire i cattivi odori con il deodorante invece che fare le pulizie? Preferiamo il coraggio di aver fiducia, o la rassicurante comodità di aver paura del prossimo? Scegliamo l’apertura o la chiusura?

In Africa, lungi dall’offendersi, sono in tanti ad aver preso sul serio i giudizi “dell’uomo bianco” che potrebbero suonare sommari e sprezzanti. Uno dei tanti è il sudanese Sadig Rasheed, uno dei direttori della commissione economica Onu per le questioni africane. Pur non senza scetticismo: “L’Africa  - dice Rasheed - deve scuotersi, svegliarsi. Bisogna frenare il processo di emarginazione dell’Africa. Non so se sia possibile, non sono certo che le società africane siano in grado di assumere un atteggiamento autocritico, e da questo dipendono molte cose”.

E noi? Proviamo a misurare con il metro del vecchio colonialista le nostre politiche. Guardiamo quanto siano “europee” o da terzo mondo. Proviamo a immaginare dove ci stanno portando, se allo sviluppo o all’emarginazione.

Troppa fatica? E’ vero. “E poi basta cospargerci il capo di cenere. Il nostro tenore di vita è fra i più alti del continente. Da noi si mangia bene e le nostre donne sono le più belle ed eleganti. E nel calcio siamo sempre i migliori”. O almeno, così proclamava Ahmadou Ahidjo, presidente del Camerun per 21 anni consecutivi e leader assoluto del partito unico CNU.

 

 

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