La carriera mancata del pugile dandy

RIMINI - Notizie sport - mer 26 ago 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport

Alberto Miliani fu escluso dalle olimpiadi di Londra per aver corteggiato la figlia selezionatore

Alberto Miliani era, allorché si avvicinò al mondo del pugilato, un bellissimo ragazzo di buona famiglia. Proveniva dalla ginnastica artistica. Romeo Neri, era stato il suo maestro. Si presentava come un atleta magnifico; non aveva addosso un’oncia di grasso, pareva una vera e propria statua naturale e viva. Come gli eroi dei racconti medioevali, Alberto Miliani, era alto, con le spalle ampie; la sua vita era stretta e tutti i muscoli parevano disegnati con anatomica precisione, tanto che si potevano discernere le giunture.

Un mediomassimo elegante sul ring e nella vita

Quando si presentò nel gym di Mario Magnani, l’ex campione dei welters capì immediatamente che quel giovane che parlava sottovoce usando le parole con aristocratica proprietà, era in possesso di una struttura fisica davvero eccezionale. Il suo stupore crebbe nel momento in cui si rese conto che, il ragazzo nelle mani teneva la dinamite. Dopo un breve periodo di addestramento, Alberto Miliani salì sul ring. Con i suoi 81 chilogrammi era un mediomassimo naturale ma è accaduto, non di rado, che si trovasse a combattere nella categoria superiore. D’altra parte, la categoria dei mediomassimi è, da sempre, una categoria screditata ed anche allora, nell’immediato dopoguerra, quando le palestre pullulavano e la boxe era col ciclismo lo sport più popolare, i maestri cercavano con bramosia il campione che potesse rinverdire i fasti del ciclopico Primo Carnera. Forse, Mario Magnani, nella sua inesausta ricerca verso la perfezione, era, come insegnante, inconsciamente avido di vedere applicato da un suo allievo il principio di Mendoza (tecnica contro forza bruta) che tante soddisfazioni gli aveva procurato nella di lui lunga e gloriosa attività.

Gli bastò un gancio per abbattere l’idolo del Borgo San Giuliano

Alberto salì sui rings dell’Emilia-Romagna, in povere riunioni di sagre paesane e nei sotto clou dei grandi appuntamenti boxistici che avevano come primattori Milandri, Marini, Mitri. Avvenne così che in una Rimini ancora invasa dalle macerie, nella sala del Palazzo dell’Arengo, il nostro uomo venisse opposto ad un pugile locale di grande possa: “Cadinoun” era il soprannome. Era costui l’idolo del proletario Borgo S. Giuliano. Di professione faceva il facchino. Quando Alberto Miliani fece il suo ingresso tra le dodici corde, avvolto in una vestaglia di seta azzurra, i supporters di “Cadinoun” lo sbeffeggiarono pesantemente mettendo soprattutto in dubbio la di lui virilità. Al “boxe”, impartito, come al solito, dall’onnipresente Gino Amati, “Cadinoun”, irsuto e scomposto si gettò, con impeto, contro il raffinato avversario. Fu un attimo. Il gancio destro di Alberto Miliani si abbatté sul mento del rude borghigiano che, con fragore crollò sulla stuoia e ci rimase fino al conto totale. Il 1948 era l’anno olimpico. Steve Klaus, commissario tecnico della nazionale italiana, convocò il pugile riminese, il quale, nei matchs di avvicinamento alla manifestazione londinese, riportò vittorie contro il pericoloso Krause a Innsbruck e contro il francese Mercier a Marsiglia. Sembrava fatta.

Ma pochi giorni prima della partenza per Londra (i Giochi si disputavano in agosto), Alberto Miliani fu depennato dalla rosa e non fece compagnia ai vari D’Ottavio, Fontana, Bandinelli, Zuddas, Formenti che tanto bene si comportarono sulle rive del Tamigi. Era semplicemente successo che qualcuno dello staff tecnico (credo si trattasse di Natalino Rea) aveva sorpreso il bel fusto riminese in intimi conversari con la bellissima figlia del nostro selezionatore. Finì presto la carriera pugilistica di Miliani. Né avrebbe potuto andare diversamente. Troppo attento era, il nostro uomo, all’incolumità del proprio volto. Troppo mondane le di lui abitudini di vita. Uno come lui che si faceva confezionare gli abiti da sarti come Litrico o Caraceni, che calzava scarpe di solido cuoio inglese, che amava la vita notturna e le belle donne, fece presto a dimenticare i guantoni e non sentì certo rimorso per aver abbandonato la palestra. Lavorò in seguito come geometra e poi come dirigente di una grossa ditta americana che produceva vernici rifrattive. Riprese le antiche frequentazioni, ritrovò nel bar di Raoul i vecchi amici: Marino Vasi, Guido Nozzoli, Floriano Biagini, Amedeo Montemaggi, gli stessi con i quali amava appartarsi, in tempo di guerra, nel canneto di un suo podere sito in Spadarolo per ascoltare le lezioni di antifascismo e di filosofia che impartiva loro il “conte rosso” Galvano Della Volpe. Ancora oggi a ottantacinque anni Alberto Miliani è un distinto, elegante signore che con soavità e discrezione cerca di assaporare i piaceri della vita.

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