RIMINI Qualche proposta per l’università
RIMINI - Notizie Opinioni - mer 05 nov 2008
di Giampaolo Proni
[{Mentre la Gelmini sta lavorando al decreto per gli atenei}
Frequenza obbligatoria, basta con le cattedre a vita e più tasse ma con vere borse di studio]
Il disagio dell'Università italiana emerge sotto la spinta di cambiamenti che coinvolgono tutti i sistemi formativi dei paesi occidentali e in particolare l'Europa. I principali sono: le tendenze dell'economia mondiale; l'immigrazione da paesi non occidentali e i mutamenti culturali ad essa legati; le nuove tecnologie; i nuovi processi educativi nei quali i mass media si sovrappongono alla famiglia e alla società. L'Italia subisce l'impatto in modo più traumatico perché (come in altri settori) è più arretrata.
Sia le proposte del Governo sia le proteste dell'opposizione (in piazza e nel Palazzo), non prendono atto della complessità e profondità della crisi.
La mancanza di spazio non permette di affrontare il discorso in modo adeguato, ma bastano pochi semplici punti, che rappresentano altrettanti nodi che non si riesce a sciogliere.
La frequenza. Solo alcuni corsi di laurea, in Italia, richiedono la frequenza. Pensare che si possa offrire lo stesso servizio a uno studente che viene a lezione e a uno che si presenta solo il giorno dell'esame è semplicemente assurdo, come è ingiusto fargli pagare lo stesso contributo. La scusa che imponendo la frequenza si lasciano fuori gli studenti lavoratori è meschina. I lavoratori devono seguire corsi progettati per loro, secondo modalità didattiche ampiamente sperimentate. Alcuni atenei stanno finalmente iniziando anche in Italia. La verità è che, con la frequenza obbligatoria, diventa obbligatorio tarare il servizio sul numero reale degli studenti. Il che vuol dire che non posso incamerare le tasse di 2.000 studenti e fornire i servizi a 300. Vuol dire che gli studenti 'invisibili' diventano visibili, concreti. Ma questo è semplicemente normale. Nessuno ha mai proposto (che mi risulti) questa semplice riforma.
{Dio non va in commissione concorsi}
I docenti. Si parla tanto di concorsi finti o truccati. La questione ha due aspetti. Le strutture di vertice dei sistemi sono per loro natura cooptative. I maestri, li valuta un docente di scuola media; i docenti di scuola media, un docente di scuola superiore; i docenti di scuola superiore, un docente universitario; ma solo un docente universitario, e per giunta dello stesso settore scientifico, può valutare un altro docente. Dio non va in commissione concorsi. Lo stesso vale per i vari gradi dei giudici e altre professioni. Un settore scientifico (anche il più ampio) è una comunità. Spesso ci si conosce addirittura tra gli studiosi di tutto il mondo, figuriamoci tra gli italiani. Il problema non è chi prende un posto. In tutti i sistemi universitari si assume per cooptazione. Alcuni docenti esperti vagliano dei curricula, fanno un colloquio, i candidati sono accompagnati da lettere di presentazione (raccomandazioni vere e proprie), e ovviamente si fanno telefonate e tutto il resto. Il problema è che chi prende il posto sia valutato per ciò che fa dopo e chi lo ha assunto ne sia responsabile. La vergogna non è che un barone faccia il concorso per il figlio o la moglie, è che nessuno ne risponda! L'altro punto critico è la trasformazione del vincitore di un concorso in Statale di Ruolo.
{Eredità feudali}
E' l'appannaggio a vita, eredità della burocrazia borbonica che a sua volta lo eredita dalla società feudale, che va eliminato. Ma la Repubblica Italiana è fondata sul Lavoratore Pubblico a Vita. E' in questa figura che si è corrotto l'Art. 1 della Costituzione, rovesciando grottescamente il suo vero significato.
Infine, le tasse. Un master privato di un anno può costare dai 12 ai 24.000 euro. Un Corso di laurea triennale costa (la media è difficile perché ci sono scaglioni di reddito, borse di studio ecc) dai 1.000 ai 2.000. Basterebbe portare il costo medio a 5.000 per vivificare i bilanci dell'Università italiana. Dando allo stesso tempo borse di studio ai meritevoli, come recita l'Art. 34 della Costituzione. Ancora una volta, l'obiezione “Ma così i lavoratori dipendenti pagano e gli evasori no” è vergognosa. Uno Stato che non sa definire il reddito dei suoi cittadini non ha semplicemente motivo di esistere. Alcuni studenti spendono per festeggiare la laurea più di un anno di tasse universitarie. Fanno benissimo, per carità. Ma perché i meno abbienti devono pagare l'Università ai più ricchi?
Sarebbe piacevole sentire i politici parlare di cose concrete, ogni tanto.
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