RIMINI E se una fosse crisi di crescita?

RIMINI - Notizie Opinioni - mer 05 nov 2008
di Lia Celi
[{Tempi duri} Forse sarà la volta che diventiamo consumatori adulti] «L'esercente poveretto / non sa più che cosa far / e contempla quel cassetto / che riempiva di danar… ah, la crisi, ussignùr, la crisi…» Il resto potete sentirlo su Youtube, cercando «Ma cos'è questa crisi»: la leggendaria canzonetta satirica di Rodolfo De Angelis, datata 1933, è stata inserita giusto in tempo per diventare la colonna sonora della recessione del 2008 e, probabilmente, per anticipare i contenuti della legge finanziaria del 2009. Anzi, c'è da scommettere che presto la sentiremo cantare in tivù dal ministro Tremonti in persona, in paglietta e bastoncino. Fischiettiamola anche noi, mentre ci inoltriamo in un autunno grigio e caldo come una pezza al sedere, per sdrammatizzare l'ansia che ci procurano i sintomi visibili della recessione. Quelli veri, e quelli presunti. Sì, perché prima, quando, in fila alla cassa del supermercato, vedevi una signora che chiedeva un conto parziale alla cassiera spiegando «ho finito i soldi», pensavi al Bancomat guasto. Adesso pensi subito che sia una vittima dei titoli-spazzatura, ridotta alla canna del gas (anzi no, glielo hanno appena tagliato). Se a un quinto di un palazzo di uffici vedi sporgersi un giovanotto in giacca e cravatta, l'ultima cosa che ti viene in mente è che voglia prendere una boccata d'aria: deve trattarsi di un consulente finanziario inseguito dai clienti furibondi, o un investitore deciso a compiere un atto disperato. Chissà che idea si fa la gente di me, quando, in trattoria, mi faccio impacchettare gli avanzi per portarli a casa. Chiedere la «doggy bag» in America è normale, ma qui da noi è ancora più normale abbandonare sul piatto porzioni di cibo praticamente intatte, specie nelle nostre trattorie che non lesinano sulle quantità. Da bambini ci insegnavano a finire tutto quel che ci veniva servito, e circolavano leggende sinistre sul destino oltremondano di chi sbriciolava il pane in giro: avrebbe vagato senza pace finché non avesse raccolto tutte le briciole sprecate. Non c'entrava la crisi, era una questione di etica, anzi, di religione: sprecare era «peccato» perché il cibo (e gli abiti, e le scarpe) erano «grazia di Dio». Recessione e regressione, in senso stretto, hanno quasi lo stesso significato: andare all'indietro. Ma questa recessione economica può salvarci dalla regressione infantile che fino ad oggi faceva di noi degli iperconsumatori, mai sazi, pronti ad obbedire all'ennesimo bisogno indotto. Si torna a comprare meno e meglio. A pianificare gli acquisti. A risuolare e a far aggiustare. A riciclare in famiglia - e per farlo non c'è bisogno di avere una prole numerosa. Oggi i ragazzi crescono così in fretta che a dieci-undici anni portano già taglie da adulti, e si registrano già casi di mamme e babbi che «finiscono di rompere» scarpe e vestiti rapidamente passati di misura ai loro figli. Insomma, sotto il profilo dei consumi, stiamo diventando finalmente adulti. «Ma cos'è questa crisi?» Dipende da come la si guarda: potrebbe anche rivelarsi una crisi di crescita. {http://www.liaceli.com/}

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