A ne pos pi˛ de scad˛r

RIMINI - Notizie cultura - ven 07 ago 2009
di Stefano Cicchetti

Le nostre parole

Anche il nostro prurito ha radici lontane e nobili

Il termine dialettale appare agli snob tanto inelegante quanto il gesto che lo rimuove, che è quello del grattarsi: parliamo dello scadòr, che nel nostro dialetto traduce l’italiano “prurito” in tutte le sue valenze, reali e figurate.

Invece, una volta di più, indagando si scopre una parola antica e nobile, che gli autori più classici non hanno avuto alcuno scrupolo ad utilizzare.

La citazione scritta più antica pare essere quella del poeta trecentesco Antonio Beccari, meglio conosciuto come Maestro Antonio da Ferrara. In una delle sue “Rime” si legge infatti:

“Infin che lo scadore è fresco

e la rogna conciar sì la bisogna”.

Un paio di secoli dopo, in pieno rinascimento, un ferrarese ancora più celebre, Giovanni Battista Guarini, nel commentare un verso del suo capolavoro “Il pastor fido” ci lascia questa testimonianza:

Il pizzicor d’amor è metafora della scabia, di cui è proprio il pizzicore; da' Latini detto prurito, e da altri pizza o scadore”.

All’incirca nella stessa epoca interviene anche il bolognese Giulio Cesare Croce. L’amatissimo cantastorie di Bertoldo, fra i suoi tanti lavori si dette pena di  tradurre in “lingua bolognese” l’Orlando furioso dell’Ariosto. Il “lamento di Bradamante” a un certo punto venne perciò a suonare così:

“Al fa cha n'ho scador e s'me grat”.

Nel suo “Vocabolario portatile ferrarese-italiano” del 1805, l’abate Francesco Nannini aveva precisato : “Scador, o sirena, prurito, prurigine, titillamento, (nordicamente pizzicore); far scador, pizzicare, mordicare, prurire”.

Sia i ferraresi che i bolognesi appaiono convintissimi che scadòr (o scadòur) sia una parola non solo assolutamente tipica dei loro rispettivi vernacoli, ma che si possa correttamente usare anche in italiano nella forma scadore. Usano più prudenza i romagnoli, che comunque la conoscono nel dialetto di ogni loro città.

Il cesenate Dolfo Nardini nel suo I nomar de’ lot dal ca populeri (2005) ci informa inoltre che nella cabala nostrana che “Nov l’e’ Scador”, cioè chi sogna di aver prurito deve giocarsi al lotto il numero nove.

Una certa confusione dovuta ad un’assonanza sorge solo nella collina parmense, dove e’ scador è anche “una piccola capanna in mezzo al bosco, costruita in pietra arenaria con lo spazio interno diviso in due piani da una fitta griglia di travi, el grad”, che serve a far asciugare le castagne: un essiccatoio, insomma.

Sia merito degli umanisti, o chissà di qual’altra combinazione, fatto sta che la parola ha viaggiato fino alla Sicilia. E’ infatti registrata in pieno ‘600 da Padre Placido Spadafora, palermitano della Compagnia di Gesù, che la riconosce fra i vocaboli di provenienza forestiera pur sbagliandone l’origine: “Scadere = prurito, è voce lombarda”. Ma questo è l’unico riscontro in parlate che non siano emiliano-romagnole.

Quanto all’etimologia, la più probabile appare quella suggerita dal Guarini, e cioè da “scabbia”, che prima della malattia ne indica il sintomo (Pianigiani): “Da SCABERE (= antico tedesco Scaben, mod. schaben, lituano skaboti) grattare, che giusta il Benfey tiene a una radice Europ. SKA-, SKAP-, SKAB-, onde il greco SKAPTEIN = lit. kap-oti, slov. Kop-ati, scavare, raschiare, per cui skàpetos e kàpetos, fossa, skapàne vanga, skàphe ogni corpo scavato, skaphos ventre della nave, scafo. La radice surriferita SKA sembra essere la stessa del gr. Skallo zappo, sarchio, skalis sarchiello, skalme spada, coltello, e dell’a. ted. scar vomero, skeran (mod. scheeren) tosare (mod. scharen). Merita confronto anche il sanscrito ksuras (= skuras) rasoio”. Si può solo aggiungere che lo svedese è una delle poche lingue moderne a usare skabb per “prurito”, mentre esiste un skada (al plurale skador) che significa “danno, corruzione”.

 

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