Cerco un centro di gravitą
Luoghi e identità
Negli anni ’50 uno studioso americano scoprì perché le nostre città avevano un’anima. Che stiamo perdendo
Negli anni '50 le metropoli degli Stati Uniti avevano raggiunto un grado di sviluppo unico al mondo. Erano le prime città ad essere progettate o trasformate per l'automobile, con enormi aree commerciali lontane dal centro storico, o addirittura senza un vero centro, come Los Angeles. Percorse da autostrade fino al cuore, con enormi svincoli sopraelevati, strade diritte e grandi palazzi o grattacieli, ferrovie metropolitane, architettura moderna, cioè proporzioni razionali e standard condivisi.
Kevin Lynch era un allievo di Frank Lloyd Wright, il più grande architetto americano del '900. Si laureò all'MIT di Boston in urbanistica. Lynch conosceva l'Italia e le sue città storiche. Certamente, le città italiane del periodo, a paragone di quelle americane, erano strette, antiche, poco efficienti. Ma non era questo che colpì Lynch. Lo colpì che gli abitanti delle antiche città italiane avevano sempre una nozione molto chiara di dove si trovavano. Avevano un senso del luogo. Trovate che la cosa sia ovvia e banale? Allora, pensate di essere trasportati in un istante in un qualsiasi quartiere di nuova edificazione, di quelli solamente residenziali, con palazzi tutti più o meno uguali, un parco rettangolare, l'asilo a un piano e il supermercato all'angolo. Sapete dire dove siete? No.
Si può pensare che questo non sia un problema. In fondo, le strade hanno un nome e le case un numero, i negozi un'insegna e le fermate del bus un cartello. In qualche modo uno riesce a capire dove si trova. Se ci vive, casa sua la trova e, al suo interno, lo spazio è personale come in casa di un veneziano o di un fiorentino.
Eppure, Lynch si rese conto, dati alla mano, che questi spazi urbani anonimi, privi di segni di riferimento (che chiamò 'landmarks'), creavano negli abitanti disagio, senso di inutilità per gli enormi spazi che ogni giorno attraversavano. Quando percorriamo in auto una superstrada chiusa e magari sopraelevata, vediamo, certamente, degli edifici e dei segni del territorio, ma è tutto privo di senso, separato da noi, alieno e lontano, solo un intervallo inutile tra il punto di partenza e quello di arrivo. I palazzi uno in fila all'altro, nei quali vivono persone come noi, non ci dicono nulla. Il nostro ci dice qualcosa solo perché è il nostro. Quando invece percorriamo una città storica o un villaggio, ogni porzione di percorso è distinta da un segno urbano, una caratteristica; ogni casa ha una sua identità, una sua personalità. Allo stesso modo sono le persone: persone e luoghi si costruiscono a vicenda.
Lynch si rese conto che la mancanza di identità dei luoghi non consentiva alle persone di provare sensazioni positive per gli spazi in cui vivevano, di sentire affetto, familiarità, benessere. Le persone usavano quegli spazi solo per attraversarli nel modo più neutro possibile, senza fermarsi. Questo disagio, a sua volta, impediva a queste città di cambiare, perché i cittadini non investivano per dare loro identità. Al contrario, le città con forte identità ospitavano cittadini che si identificavano con esse, che si appropriavano addirittura di tratti di carattere e di cultura locale, anche se vi erano arrivati da poco. C'era un equilibrio che si traduceva in benessere e quindi in vivacità economica e commerciale.
Lynch condusse un'accurata ricerca sulla percezione della città da parte dei suoi abitanti, e la pubblicò col titolo L'immagine della città. Un testo ancora oggi attuale e stimolante.
In Italia, con pochissime eccezioni, tutte le città hanno un centro storico. La maggior parte di esse, attorno a quel centro, hanno costruito una cintura molto più estesa di edilizia spesso persino più anonima e squallida delle periferie americane, e senza autostrade.
L'identità resta chiusa, spesso imbalsamata, in quel centro. Col tempo, molte volte il centro decade, le abitazioni invecchiano, gli abitanti si allontanano per trovare case più confortevoli. Arrivano studenti o immigrati. I negozi di alimentari e generi di prima necessità spariscono, sostituiti da punti vendita di catena, o a volte da saracinesche vuote.
Eppure, il centro è il luogo dell'identità. E' il punto al quale quasi istintivamente tutti tendono. Da Sesto San Giovanni, città priva di centro, il sabato i giovani si spostano per andare a passeggiare in Piazza Duomo, lontano chilometri. A Santarcangelo no.
Le città senza identità, senza centro o landmarks, senza spazi dotati di senso e di affettività, sono città che presto diventano deserte e generano cittadini soli e privi di appartenenza collettiva. Ma la città è fatta di senso, non di edifici. E senza un senso condiviso, la città si ammala e muore.
commenti
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.




