Il libro di Oreste e Stefano Cavallari rivaluta la figura di un grande personaggio

RIMINI - Notizie cultura - ven 07 ago 2009
di Stefano Cicchetti

Il migliore dei Malatesta è anche il meno conosciuto

A Carlo chiedevano aiuto Papi e imperatori, ma la sua città non gli dedica nemmeno una via

Chi lo conobbe, di lui disse solo bene. Secondo l’umanista Leonardo Bruni, era “un uomo eccezionale; un uomo di quell’antica stirpe primigenia di cui si è persa la specie”, “eccelle tanto in letteratura e in dottrina, quanto coloro che a tutte le età si dedicarono agli studi; a ciò si aggiunge la modestia, la mansuetudine, la integrità”. Per Antonino, vescovo di Firenze, “era robustissimo e bellissimo di corporatura e di elettissimo consiglio; era anche di grande liberalità, devoto alla cristiana religione e peritissimo nello studio e nelle lettere”. Insomma, avrebbe concluso Carlo Tonini molti secoli dopo, “fu il migliore di tutti i Malatesti”.

Tutti costoro, e molti altri, non parlano di Sigismondo né del Mastin Vecchio. Per giudizio unanime degli storici, “il migliore dei Malatesti” fu Carlo, zio e predecessore di Sigismondo. Un giudizio tanto entusiastico quanto poco conosciuto dagli stessi riminesi, tanto che “la città dedica una via perfino all’allodola, ma a Carlo nemmeno un vicolo”, dice Stefano Cavallari. Il padre, Oreste Cavallari, sul più dimenticato signore di Rimini aveva scritto un libro, “Tre Papi e un Malatesta”, ora rieditato da Luisè con molte integrazioni e un’appendice a cura del figlio.

Il volume riesce a spiegare nel linguaggio più accessibile il capolavoro politico di Carlo: la soluzione dello scisma che ai primi del Quattrocento portò ad avere contemporaneamente ben tre Papi. In queste intricatissime vicende, Rimini si trovò ad ospitare uno di questi pontefici, quello legittimo, che era dovuto fuggire da Roma.

“Anche questi fatti - spiega ancora Stefano Cavallari - nonostante abbiano segnato il destino dell’occidente, sono pressoché sconosciuti ai non addetti ai lavori”. Eppure il concilio di Costanza (1414-15), dove lo scisma terminò con la rinuncia più e meno consenziente dei tre contendenti, l’elezione di Papa Martino V e la condanna al rogo di Giovanni Hus, è riconosciuto come uno dei passi principali che in capo ad un secolo avrebbero portato ad una spaccatura ben più grave, quella fra cattolici e protestanti. “Ebbene, a Costanza il rappresentante del papa legittimo, Gregorio XII, era proprio Carlo Malatesta. Il pontefice gli aveva dato carta bianca e così fu: perfino la cerimonia di rinuncia di Gregorio, che a Costanza non c’era, fu ‘interpretata’ da Carlo. E lo stesso rito di svestizione fu replicato da Gregorio in quella che era allora la sua ‘sede apostolica’, la cattedrale di Santa Colomba in Rimini”. 

Per arrivare a questo risultato il Malatesta aveva dovuto mediare fra l’imperatore Sigismondo, i re di Francia, Inghilterra, Castiglia, Svezia e tutte le maggiori signorie italiane, schierate chi per l’uno chi per l’altro dei tre Papi rivali. A buon ragione, essendo stato artefice del compromesso risolutivo, fu salutato dai contemporanei come salvatore della cristianità. Non per nulla dieci anni più tardi, proprio Martino V conferì a Carlo la Rosa d’Oro, tutt’ora una delle più alte onorificenza della Chiesa.

Trent’anni di pace e benessere

L’età d’oro di Rimini

Si devono a quel periodo le mura, il porto, l’abbazia di Scolca

Carlo Malatesta nacque il 5 giugno 1368 da Galeotto I e Gentile da Varano. Divenne signore di Rimini alla morte del padre, quando aveva appena diciassette anni. Rettore della Romagna, Gonfaloniere della Chiesa, fu un combattente valoroso e rispettato, ma non eccelso. Contrariamente a molti Malatesta non era fatto per la guerra, ma per la politica e la diplomazia. Dotato di una cultura di prim’ordine – fu allievo dei migliori umanisti dell’epoca – e di una fede religiosa tanto salda quanto aperta - riconosceva la necessità di una profonda riforma della Chiesa - la sua signoria durò fino al 1429. Senza dubbio fu il periodo d’oro della Rimini malatestiana. Se non altro perché alla città furono garantiti ben trent’anni di pace e benessere, proprio mentre l’Europa stava attraversando uno dei suoi momenti più bui.

Ma Carlo fece molto di più: si può dire che la Rimini come la vediamo ora si deve a lui. Sua è la cerchia di mura bene o male giunta fino a oggi. Sua la fondazione dell’abbazia di Scolca, a San Fortunato. Suo, soprattutto, il porto. Per realizzarlo Carlo deviò il corso del Marecchia e sconvolse la planimetria di mezza città, facendo addirittura “cambiare sponda” alla chiesa di San Nicolò, che prima si trovava sulla riva sinistra.

Carlo e suo fratello Pandolfo nel frattempo erano stimatissimi protagonisti dello “scenario internazionale”. Alla morte di Gian Galeazzo Visconti tutte le potenze furono d’accordo per assegnare ai Malatesta il governatorato di Milano e la tutela del duca minorenne, Giovanni Maria. Ad un certo punto la famiglia mise le mani anche su Bergamo e Brescia: fu l’apice della potenza malatestiana, i cui vessilli a scacchi garrivano dalle Alpi al Tronto.

Anche la moglie di Carlo, Elisabetta Gonzaga, fu una vera first lady, coltissima e sensibile a tutti i più recenti influssi dell’umanesimo. La coppia non ebbe eredi e si dedicò all’educazione dei nipoti. Erano Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico, orfani naturali di Pandolfo, che Carlo riuscì a legittimare pagando oro sonante alla Santa Sede, assicurandosi così la successione. Doveva essere il primo passo verso la creazione di un vero stato malatestiano, poiché la famiglia basava la signoria solo su titoli non definitivi, come il vicariato, che i pontefici potevano rinnovare oppure no. In pratica, i Malatesta erano una specie di “concessionari demaniali”, proprio come i bagnini di oggi. Carlo ambiva a qualcosa di meno precario, tant’è vero che si ritenne perfino in diritto di battere moneta. Ma il suo restò un sogno. Che i suoi discendenti, a cominciare dall’ambiziosissimo Sigismondo, mandarono definitivamente in fumo.

 

 

 

 

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