Il Montefeltro torna in Romagna

RIMINI - Notizie primo piano - ven 07 ago 2009
di Stefano Cicchetti

Per la provincia di Rimini una grande responsabilità e una fantastica opportunità

Di nuovo insieme

Una signora presenta una ricetta in una farmacia di Rimini. La dottoressa dietro il banco gliela deve restituire con queste parole: “Mi dispiace davvero, ma lei è di San Leo e questa prescrizione è valida solo nei territori delle Ausl marchigiane”. E la signora risponde: “Ah già, è vero. Ma ancora per poco!”.

Una scena veramente accaduta, ma che dunque non vedremo più.

Per la gente comune la soluzione di problemi di questo tipo sarà certamente il risultato più tangibile della storica vittoria: il ritorno del Montefeltro in Romagna e dunque nella provincia di Rimini. Là dove lo collocava Dante e dove è sempre rimasto per il senso comune. Per via della storia, della geografia, del dialetto e perfino della piada e delle tagliatelle.

Eppure fu proprio la storia a combinare il pastrocchio, mezzo millennio fa. La rovina dello stato malatestiano dalla seconda metà del ‘400 in poi comportò pesanti sanzioni territoriali a vantaggio del ducato di Urbino. Ma nell’alta valle del Marecchia non si sono mai rassegnati. Fin dall’unità d’Italia hanno provato in tutti i modi a rientrare nella “patria” d’origine. E alla fine ci sono riusciti. Senza fanatismi e anche con un sano disincanto: se si chiede per strada, i più rispondono “ma sì, tanto non cambia mica niente”. Ma lo dicono con un sorriso largo così. Perché è una vittoria che fa piacere a tutti. Una vittoria del “sentimento” prima ancora che della ragione.

Però, ora che il dado è tratto, bisognerà iniziare proprio a ragionare per bene cosa comporta l’allargamento della provincia di Rimini. La quale ha per tempo istituito un’apposita delega per seguire il delicato iter. Ma il passaggio è, prima di tutto, un allargamento della regione: se ne saranno resi conto a Bologna? Qualche dubbio aleggia. Visti, ad esempio, i tempi non proprio fulminei impiegati dal Tg regionale Rai per trasmettere un servizio – da “Nuova Feltria” - sul ritorno dei sette comuni irredenti: a una settimana dall’approvazione definitiva del provvedimento in Senato. D’altra parte, gli aggiornamenti del sito della regione Emilia-Romagna si sono arrestati l’8 maggio, data del plauso del presidente Errani al semaforo verde della Camera. Sempre stando al web, l’ultimo comunicato stampa ufficiale della regione Marche è invece una specie di battagliero “no pasaran!”: è il presidente Spacca che annuncia, il 15 giugno, addirittura un ricorso alla corte costituzionale: “La Giunta regionale ha deciso oggi di impugnare il testo di legge che verrà approvato dal Parlamento e ha incaricato il servizio Legislativo della Regione di predisporre gli atti necessari…”. Poi Ancona ha fatto marcia indietro, ma senza dirlo troppo in giro.

Insomma, non se ne va l’impressione che questa sia stata proprio una vittoria della gente, mentre ai piani più alti non si sappia ancora bene cosa fare. E invece bisognerà pensarci eccome. Toccherà infatti a “noi” tenere in piedi la rupe di San Leo. E magari darsi da fare perché entri, come merita ampiamente, nella lista Unesco dei Patrimoni dell’Umanità, com’è appena accaduto a San Marino. Come dovremo badare che i ponti non crollino, e migliorare la viabilità, e la sanità. Soprattutto, ci è affidato il compito di conciliare lo sviluppo con la conservazione di uno dei tesori artistici e naturalistici fra i più preziosi d’Europa. Un bel carico di responsabilità. E una fantastica opportunità. Sia come sia, bentornati!

 

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